NBA: Zen Garden Out (di Chiara Zanini)

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La tripla…e Rondo

Nessuno mi convincerà mai del contrario: se quella tripla non fosse caduta nel secchio, la storia sarebbe andata diversamente; e se Rondo non fosse uscito dal pino in questi playoffs per mettersi al servizio dei Lakers, allora sì che LeBron avrebbe dovuto estrarre dei veri conigli dal cilindro come Kobe nel 2010, in un ideale passaggio di testimone tra lui e il Ventiquattro, ultimo e impareggiabile autore – per quanto mi riguarda – dell’ultima personale corrida in una Finale NBA per portare a casa il 16° anello in quella Figueroa Street che era stata di Magic e Kareem. Invece LeBron ha potuto sgambare sul velluto, sgambare egregiamente, sia chiaro, come solo il miglior giocatore dell’ultima decade sa fare, ma sempre sul velluto.

Rajon Rondo, 34 anni subito dietro ai 35 di LeBron, ha letteralmente trasformato i Lakers da buoni in grandiosi con le sue parentesi di gioco illuminato quando più contava. Se pensate che l’ultima volta che i Lakers hanno vinto un titolo la point-guard titolare era tale Derek Fisher, che non avrebbe fatto il primo quintetto in nessuna delle 4 squadre in Finale di Conference quest’anno, la possibilità di far uscire dal pino un ex-Campione NBA che ancora genera attacco sul rettangolo come se stesse giocando a Forza Quattro contro i nipotini, la dice lunga sul diverso grado di “comodità” di cui LeBron ha usufruito in questa cavalcata verso il suo quarto Titolo NBA e quarto trofeo di MVP di una Finale.

Il mito di Jimmy…e gli altri

Intanto, nell’altro emisfero a spicchi, il mito di Jimmy aggiungeva nuove pagine per i posteri e per Pat Riley, a testimonianza imperitura che quel vecchio modo di sentire e costruire basket ha ancora tanto da insegnare perfino nel 2020. Gli Heat hanno avuto tre differenti leader per punti in ognuna delle loro serie di playoff: Goran Dragic contro Indiana, Butler contro i Bucks e Bam Adebayo contro i Celtics. Con il progredire delle settimane, mentre i Clippers confezionavano la più sorprendente liquefazione di talento e chimica della storia recente e i Celtics si scoprivano meno tosti di quanto i loro musi duri e stendardi ricordassero dal soffitto del Garden, Duncan Robinson, ma soprattutto Tyler Herro, si sono fatti conoscere al mondo come ottimi tiratori, e anche Andre Iguodala ha fatto in tempo a risorgere dalle ceneri per regalarci una prestazione tanto vintage quanto funzionale in gara6 delle Finali di Conference per acciuffare l’eroico viaggio in Finale con 5 triple su 5.

Per come la vedo io era impossibile non arrendersi alla magia degli Heat in questi playoff, al loro essere la squadra più squadra, un muro di mattoni tenuti assieme dalla fiducia l’uno nell’altro e nel proprio macchiavellico coach contro le corazzate avversarie. E il collante di questo capolavoro ha un nome e un cognome: Jimmy Butler, il giocatore franchigia meno talentuoso tout-court che mi ricordi ma quello con più volontà per centimetri cubici. Di vincere, di migliorare, di oltrepassare i propri limiti uno alla volta, alla I Believe I Can Fly. I miei Sixers non avrebbero mai dovuto barattare un tale Jedi 2.0 in cambio del basket accademico e metronomo di Horford, ma alla fine sono contenta che sia approdato proprio a Miami, nel reame di Riley, che abbia soffiato agonismo e senso di gruppo e trincea in un manipolo di futuri All Star in cerca di autore. Serviva al basket del 2020 e forse serviva anche al tifo del 2020, più abituato allo spettacolo fine a se stesso che alle imprese che restano.