NBA, Pelicans: Zion Williamson sta crescendo davanti ai nostri occhi

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Zion

Zion Williamson è quello che si definisce “talento generazionale”, e non da oggi. Già prima di mettere piede in NBA, il giocatore dei Pelicans era ben noto nel panorama cestistico mondiale perchè, semplicemente, ogni volta che scendeva in campo, da adolescente era già un uomo in mezzo ai bambini. Il suo fisico è sempre stato sproporzionato rispetto all’età e nell’era di internet e dei like facili, le sue azioni fanno da anni il giro del web.
Oggi che è un professionista, anche se a 21 anni nemmeno compiuti e, contando le partite giocate, poco più che un rookie, Zion è più che mai larger than life, e forse anche larger di una squadra che ha deluso le aspettative, ma di quello ci sarà tempo di parlarne. 

Dominio fisico

Ok, i paragoni tecnici con Shaq, in termini di risultati personali e di squadra e di impatto sul gioco sono, ovviamente, senza senso o quasi: tuttavia l’impatto di Zion sul gioco attuale è già tangibile. Nelle scorse settimane, l’ex prima scelta assoluta del draft 2019 ha eguagliato il record dell’ex Lakers per partite consecutive con almeno 20 punti e il 50% al tiro, record condiviso, per l’appunto, con Diesel. Dopo una serata storta, che gli ha impedito di battere il primato, Williamson ha ripreso al suo ritmo, che ormai potremmo già definire “abituale” e la sua striscia è ora di nove partite consecutive con queste cifre, and counting.

Per non usare la metafora del veliero volante (sic) che potreste aver sentito in uno degli ultimi episodi di DNPCD, per Zion vale la frase – attribuita ad Einstein, ma chissà se poi è vero – “la struttura alare del calabrone in relazione al suo peso non è adatta al volo, ma lui non lo sa, e vola lo stesso”: non è possibile che un essere umano così pesante sia al contempo così leggero una volta staccati i piedi da terra: il modo in cui fluttua in aria, contorcendosi per evitare le braccia dei difensori avversari o scontrandosi con i loro corpi senza perdere forza, non ha precedenti. Forse LeBron, che comunque, per quanto possente, ha un fisico più asciutto di quello di Zion.

Ad oggi, il numero 1 dei Pelicans è comodamente primo in NBA per conclusioni tentate (13.4) e segnate (9.1) nella restricted area con una percentuale del 67.5%. É nono in NBA per percentuale dal campo (61.7%), pur tirando con una frequenza nettamente più elevata (16.9 tiri a partita) rispetto ai giocatori che popolano le zone alte di questa classifica, quasi esclusivamente centri che tentano conclusioni ad alta percentuale. 

Quello che rende speciale Zion, però, è il suo stile di gioco, che lo rende davvero una guardia col fisico di un centro. Il nativo del North Carolina sfrutta il gioco in post nel 14% abbondante dei suoi possessi, producendo 1.04 punti per possesso, cifra buona per il 72esimo percentile; Zion tende a mettersi spalle a canestro nella zona del mid-range, per poi battere dal palleggio il proprio marcatore, generalmente più lento di lui, e appoggiare due punti con un sottomano. Il suo gioco in post, nel vero senso della parola, quasi non esiste ma, in effetti, non ne ha (ancora bisogno):

Questo ci porta a parlare della vera arma con cui Thanos fa il vuoto, cioè le penetrazioni a canestro. Zion fa registrare quasi 13 drive a partita, situazione in cui produce 9.4 punti. Da febbraio ad oggi, però, i suoi numeri in questa circostanze sono aumentati notevolmente rispetto al primo mese di stagione, in cui ha prodotto 9.2 penetrazioni con 6.4 punti. Da febbraio, le sue cifre sono salite fino a 14.5 drive e 10.8 punti, settimo miglior dato in NBA in questo lasso di tempo. Non serve specificare che Zion è l’unico giocatore di quella stazza a penetrare a canestro con una frequenza e una produttività simile: questo nonostante i suoi marcatori gli lascino comodamente spazio per il tiro – soluzione che si guarda bene dal tentare.

Va da sè che, spesso, per fermarlo il difensore è costretto a ricorrere ai falli: ecco perchè Zion è terzo in NBA per tiri liberi tentati in seguito ad una penetrazione (3.1).
Ovviamente, anche in questo fondamentale Zion non è un prodotto finito, e sarebbe strano il contrario. La tendenza degli avversari a lasciargli spazio, rimanendo più vicini al canestro che al giocatore, lo obbligano talvolta ad iniziare il terzo tempo piuttosto indietro, costringendolo a staccarsi da terra troppo lontano e a finire al ferro in equilibrio precario. Altre volte, semplicemente, si fida troppo del proprio fisico, finendo per schiantarsi senza ritegno contro la difesa avversaria: