Euroleague: Obradovic predica, il Cska esegue; road to the F4

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Spesso si parte dalla fine, dai classici two cents d’opinione: se il pronostico era scritto e, indipendentemente da come, viene rispettato, allora c’è poco da fare, non importa se la squadra sia la corazzata pluripremiata o la matricola scheggia impazzita. C’è un filo indistricabile che da molto tempo continua a tessere la trama delle vittorie di Cska Mosca e Fenerbahce, ed entrambe le troveremo alla prossima Final Four. Le due serie di playoff che ve le conducono, però, nascondono un sottofondo del tutto particolare: perchè magari quel 3-1 che le accomuna era davvero preventivabile, ma le enormi differenze su come è arrivato vanno a darci tante chiavi di lettura.

FENERBAHCE – BASKONIA 3-1

I campioni in carica dimostrano in questa serie tutto il proprio potenziale non lasciando nulla di intentato, quasi che a guidarli ci fosse l’intrepido capitano Kirk di Star Trek. Con la sola macchia di una gara 3 rivedibile e svogliata, ma comunque senza problemi, l’ostacolo Baskonia viene aggirato senza troppi patemi, rimpinguando il libro dei record di coach Obradovic, che sarà solo un coach ma sembra essere un vasaio con davanti argilla magica.

Il 2-0 con cui si cambia latitudini è frutto comunque non solo del gioco e della completezza della squadra turca, ma anche e soprattutto per un ambiente che, ogni qual volta si valica lo Stretto dei Dardanelli della famosa Iliade, si veste di giallonero e annichilisce e svilisce ogni gesto avversario. A Istanbul sono due gare perfette, con percentuali al limite del reale, vantaggi in doppia cifra che vengono ottenuti in fretta e poi gestiti, senza dover affrettare le cose ed affannarsi nel finale, anzi, risparmiando pure qualche energia.

Davvero questo Fenerbahce sembra aver mutato il proprio aspetto anche rispetto alle sue passate estrinsecazioni, lasciando che a parlare sia la coralità di un gioco in cui è il gruppo a contare più dei (tanti e talentuosi) singoli. In tutto questo, tra parsimonia e classe finalizzata al successo, Wanamaker è il centro emotivo e dell’energia del gruppo, che ha in Sloukas e Datome due pretoriani che, quando serve, aggiungono il punto significativo sia in termini di attributi che di energia. Se il motore funziona a pieno regime, come nei primi due atti della serie, allora il 2-0 è scritto per davvero anche nel tabellone del sito Euroleague.net.

Il momento che cambia la serie – Semmai avessimo visto un reale cambio di inerzia è il prologo di gara 4, dopo che il Baskonia aveva spezzato una lancia a proprio favore con triple e gioco rapido in gara 3, a eliminare ogni velleità. Qui esce l’esperienza, ma anche e soprattutto la concretezza della squadra campione in carica, che inizia a martellare con un pick and roll asfissiante che premia Melli e Vesely, su cui la prima opzione sarebbe quella di cambiare, per poi scegliere l’aiuto e infine lo scivolamento di sacrificio, senza che la sostanza cambi. Se il Fenerbahce può tirare con oltre il 65% da 2 con tantissimo uso del pick and roll, non c’è molto da fare.
Beaubois e Janning sono quelli che vorrebbero rispondere, ma Obradovic, che dei due giocatori è un discreto ammiratore (e miscredente) oscura la luce con una difesa asfissiante e brava a leggere e forzare le situazioni. Mai dare per vinti i baschi comunque, che provano a sfidare dalla lunga distanza i turchi per non continuare a subire i punti in vernice ed ecco che ci pensa Bobby Dixon, anzi Ali Muhammad, a dare il gancio della buonanotte che chiude sfida e serie.

Il Fenerbahce vince se… manterrà alto il proprio livello di concentrazione, mantenendo il proprio range difensivo e gestendo bene il gioco in attacco, sapendo sfruttare le proprie stelle a seconda di ciò che offrirà la partita, senza che queste debbano pestarsi i piedi fra loro.

Il Baskonia ha deluso perchè… è sembrato in molti frangenti della serie completamente alla mercè di un avversario sicuramente più forte, ma che poteva essere costretto in qualche scomodo ginepraio. Non vi è stata reazione alcuna da parte della truppa basca, con la stessa gara 3, dove i gialloneri avevano il freno a mano tirato, che non ha mai convinto al punto da far pensare a una bella. Si poteva fare decisamente meglio.

CSKA MOSCA – KHIMKI MOSCA 3-1

Più del veleno, più del risultato alla fine non tanto lontano dalle attese, a sorprendere è stata quella cortina di tensione che ha calcato il parquet in questo derby degno della guerra fredda. Ansia, stress, che l’hanno fatta da padrone anche più di tanti protagonisti in campo, visto che in molti han dato forfait in itinere. Shved, il big loser di questa serie, unico strumento di gran risonanza della truppa in oroazzurro, quasi da solo spinge i suoi ad un’impresa che sarebbe stata epica, ma paradossalmente il Khimki vince la sua unica gara proprio nella serata in cui il suo go to guy prende una clamorosa stecca. Quella gara 3 è tanto inutile quanto storica, perchè spezza l’egemonia da tanti anni a questa parte dell’armata rossa nei derby della città moscovita, ma alla fine, quello che sembra contare è solo chi ha passato il turno, e come sempre, il Cska sarà alle Final Four. 

La grandezza della squadra che veste in rossoblu sembra essere rimasta immutata: risorgere dalle proprie ceneri, fare di necessità virtù quando conta, sopperire finanche agli infortuni imprevisti di Hines e DeColo e restare immutata nel gioco e nel risultato. A guidare è Rodriguez dal palleggio e Hunter sotto i tabelloni, non un passaggio di consegne, ma poco ci manca. Il Khimki avrebbe da recriminare, perchè troppe decisioni arbitrali nei finali punto a punto hanno premiato i “cugini”, ma il “torto” – o presunto tale – subito non può essere l’alibi di una sconfitta: se dalla propria si ha inerzia e si ha il vantaggio per larga parte della gara, non si può di certo spegnere l’interruttore, dare un calcio al secchio del latte nell’ultimo periodo e restare a sperare che l’avversario non ti batta con l’ultimo tiro.

I momenti che indirizzano la serie sono piccoli, repentini ma ficcanti: vale la pena scegliere quel break di 11-0 dei primi tre minuti dell’ultimo quarto di gara 1, quando l’ombra di un clamoroso upset sembrava stagliarsi sulla serie. Ci pensa Higgins, con l’assistenza del solito “Chacho” e il lavoro di portierato di Westermann, ribaltando un’assoluta predominanza tutta targata Khimki. Altro giro, altra corsa, altra gara in bilico e ancora Higgins ad uscire dal sottobosco della gara nel quarto periodo anche nel secondo episodio della serie. Il finale di gara 4 forse è bene non commentarlo per non essere faziosi, se n’è già detto molto, forse troppo. Il risultato lo sapete. Se comunque da queste serie ci vengono rivelate due sacrosante verità, la prima è che questo Cska, specie se senza Hines e DeColo al top della condizione, non è la canonica schiacciasassi che sarebbe arrivata in finale in pantofole e che, numeri alla mano, ha dominato la regular season. In secondo luogo, se davvero l’armata rossa volesse prendersi il trofeo di nuovo, questa serie può servire davvero tanto, perchè non è stata scontata come nelle attese, ha dimostrato il carattere indomito del gruppo e quella maledetta capacità che alla fine ti fa avere il referto rosa anche se non te lo meriti.

Il CSKA vince se… prima di tutto ritrova Hines e DeColo a pieno regime, nonchè continuerà ad avere questo incredibile killer istinct che serve a portare a casa finali complicati.

Il Khimki NON ha deluso per come ha giocato e ha affrontato l’avversario, ma di fatto è a mani vuote. Torneranno sicuramente al proprio quartier generale con tanto amaro in bocca, per le troppe occasioni sprecate quando la serie poteva girare, ma resta comunque la questione di quei fischi, discutibili anzichè no, che dimostra che qualcuno di buono, intorno a Shved, è stato comunque costruito.