Viaggio all’interno della Oracle Arena: Marc Spears, Jimmy Goldstein e Pete Myers

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Essere in possesso del pass media ti fa sentire un po’ speciale. Custodisco gelosamente tra i “miei preferiti” il link che mi dà accesso al sito con cui posso “prenotare” le partite NBA. Ogni volta che ci entro, mi sembra di essere Pinocchio nel Paese dei Balocchi. In pochi click si possono scegliere città e partita NBA a cui assistere. In pratica avrei accesso a tutte le arene americane, east coast, west coast, senza alcuna limitazione. Penso tra me e me che se facessi questo lavoro a tempo pieno sarei l’uomo più felice al mondo, ma c’è comunque di cui accontentarsi. Sono infatti più di 50 le incursioni alla Oracle Arena che conto in attivo da quando vivo e lavoro a San Francisco, tra partite di regular season, playoff e addirittura due Finals NBA (2015 e 2017) on site!
Qualche settimana fa ho raccontato del mio incontro con Federico Buffa in occasione di Warriors-Thunder, mentre in questo articolo vorrei fare un excursus di altri incontri avvenuti nella casa di Steph Curry e compagni.

MARC SPEARS, IL MIO MENTOR

Marc è davvero una persona squisita, mentre come giornalista non lo scopro di certo io. Fin dal primo giorno mi ha accolto nel mondo del giornalismo NBA e si è offerto di farmi da “mentor” (concetto molto diffuso in America). Contando sul fatto che entrambi abbiamo lavorato a Yahoo, il nostro rapporto è stato da subito molto amichevole. La sua stazza, a un primo approccio, può intimidire, ma parlandoci scopri che è di una disponibilità fuori dal comune.

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L’ho studiato nel suo approccio con colleghi e giocatori e ha davvero una marcia in più. È riuscito a costruirsi negli anni una reputazione che non ha eguali. Chi legge i suoi articoli sa infatti che non è mai stato un giornalista a caccia del titolo “acchiappa click” o del rumors infondato e questo ha avuto sicuramente un impatto sulla sua reputazione. Non a caso ho visto con i mie occhi Kobe Bryant e Kevin Durant (solo per fare due nomi) concedergli ben oltre i cinque minuti di intervista dedicati a noi comuni mortali. Addirittura ho visto Popovich approcciare Spears per chiedergli consigli su dove mangiare ottimo pesce nella Bay Area, location che Marc conosce a menadito. Questo è un attestato di grande considerazione visto che Pop non cede spazio di manovra a molti addetti ai lavori. Marc vanta un rapporto speciale con tanti giocatori e allenatori, infatti anche le superstar hanno piacere a farsi intervistare da un giornalista del suo calibro, riconoscendone l’etica professionale e la capacità di essere sempre onesto e professionale. È ovviamente così anche per me ed è un piacere intrattenermi per due chiacchiere prima e dopo le partite.

JIMMY GOLDSTEIN E LE DUE PARTITE NBA “LIVE” AL GIORNO!

L’incontro più stravagante è stato, senza dubbio, quello con James F. Goldstein. La definizione di Jimmy Goldstein nel mondo della pallacanestro è semplice e disarmante:

Il tifoso numero uno nell’NBA. Punto.

Rispettato, ricercatissimo dai giornalisti, depositario di tanti segreti delle star a cui è legato da un rapporto di vera amicizia.

È un piacere -mi ha detto- viaggiare e vedere l’NBA dal vivo ogni giorno.

Eh, bravo Jimmy che ti puoi permetttere questa vita, il sogno di ogni appassionato NBA.

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Jimmy Goldstein alla Oracle Arena

L’NBA è la mia seconda famiglia -mi dice senza giri di parole-

Il suo menu abituale vanta circa ottanta partite all’anno, tutte rigorosamente viste dal posto più bello (e costoso) dell’arena: il courtside (la prima fila). Spesso, se gli orari lo permettono, assiste anche a due partite nello stesso giorno, spostandosi a bordo del suo jet privato per non perdersi nemmeno un minuto della partita. È quindi facile vederlo il pomeriggio a New York per seguire i Knicks e la sera stessa ritrovarlo a Los Angeles che guarda i Lakers o i Clippers. Chi conta in questo sport lo vanta come amico. Allo Staples Center, dove è di casa, entra fra due ali di folla, spesso a braccetto con una modella mozzafiato.
Colpisce lo stile con cui si presenta alle partite.
Quando l’ho incontrato aveva il suo classico abito da palcoscenico: completo in pelle con striature di colori diversi e cappello nero. Prima dell’inizio della gara si divide tra area VIP e campo di gioco non disdegnando, anzi quasi incoraggiando, curiosi e gente comune ad avvicinarlo per una foto insieme. Devo ammettere che il personaggio è davvero unico e infatti, una foto l’ho fatta anche io.

PETE MYERS E IL SUO NUMERO DI TELEFONO

Tra tutte le persone incontrare alla Oracle, la più interessante che ha incrociato la mia strada è stato Pete Myers, durante la partita Miami-Golden State. Per vedere Ray Allen (fresco autore di libro) andai all’Arena cinque ore prima della palla a due. Sapevo che He got game si allena meticolosamente parecchio tempo prima dell’inizio dei match e devo dire che non solo meticolosamente non rende l’idea, ma è davvero uno spettacolo. Scrutarlo da vicino mentre calibra il tiro è qualcosa d’impressionante. Ogni esecuzione è uguale alla precedente, la meccanica è una sinuosa successione di piccoli movimenti che si ripetono con la precisione di un orologio svizzero. Sono rare le volte in cui sbaglia un tiro.

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Ray Allen in riscaldamento

Mentre ero seduto a guardare il riscaldamento di Allen, quasi ipnotizzato, sentii qualcuno richiamare la mia attenzione:

Hey italiano!

Mi girai e riconobbi Pete Myers, assistente di Mark Jackson, allenatore di quell’anno ai Warriors, nonché ex giocatore dei Chicago Bulls dell’era Jordan (1986–1987), ma con parentesi anche in Italia nella Fortitudo Bologna (1991-1992), nella Scavolini Pesaro (1992–1993) e nella Polti Cantù (1997).
Gli sorrisi, mi avvicinai e lui mi parlò un po’ in italiano e un po’ in americano. Argomento principale? La squadra, ovvio, ma ne approfittai per chiedergli anche della sua esperienza italiana a cui mi era sembrato molto legato. Alla fine mi stupì letteralmente chiedendomi di tenerci in contatto e lasciandomi il suo numero di cellulare: “Cose che accadono solo in America” dico tra me.
Da quel giorno, a ogni partita, presi a salutarlo, infilandoci sempre qualche domanda che soddisfacesse la mia sete di sapere cestistico. Non mancai di approfondire il suo periodo ai Bulls a fianco del mio idolo Jordan. Alla domanda:

Com’è stato giocare con uno dei più grandi della storia?

mi rispose lasciandosi andare a qualche curioso aneddoto:

It was tough, man!

Era stata dura, insomma, perché Jordan, mi spiegò meglio, pretendeva tantissimo dai compagni e lui non poteva nemmeno avvicinarlo per parlargli. Prima, in ordine gerarchico, toccava a Scottie Pippen e a Horace Grant.

L’America é proprio il paese dei sogni. Il mio l’ho realizzato.È incredibile la facilità e l’accesso alle persone, la disponibilità che si ottiene in un mondo, quello del giornalismo, dove il concetto di rapporto umano dovrebbe essere la regola.