Pagare per saperne di basket o accontentarsi? Da che parte state?

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Questa domanda è sempre più un tema fondante del giornalismo italiano a tutte le latitudini. L’informazione dovrebbe essere libera e accessibile a tutti, scevra da preconcetti e tante altre belle cose che vengono scritte sui libretti deontologici. Ma questo non ci interessa, è più importante fare un ragionamento su che strada stia prendendo il giornalismo sportivo e in particolare il basket.
Vi pongo una riflessione: voi siete disposti a pagare una cifra x per avere dei contenuti di qualità, ricercati e che vi permettano di conoscere meglio il basket, siano essi podcast, articoli, video o altro?
Fermatevi un attimo a pensare: siete del partito “tanto quello che c’è gratis è sempre sufficiente”, oppure “chi lavora bene e mi dà contenuti di alta qualità dovrà pur investire tempo, risorse e denaro per farli, quindi se posso contribuire lo faccio con piacere per averne sempre di più”?
Questo è il nocciolo della questione. Prima di proseguire prendetevi due secondi per capire in che categoria siete. Non è questione di buoni o cattivi, semplicemente posizionatevi.

Ora analizziamo la realtà. Solo in questa settimana due eminenze del giornalismo sportivo come Ultimo Uomo e Basketnews hanno deciso d’inserire una parte a pagamento che dà l’accesso a contenuti esclusivi, di qualità e unici che ovviamente richiedono il tempo e le risorse di cui sopra. Questo perché le realtà giornalistiche (e ci metto dentro anche Backdoor, ma ci arriveremo), stanno cambiando modo di fare business. Prima la cosa importante era avere un brand, uno sponsor o un finanziatore che potesse investire e poi di conseguenza eventualmente creare dividendi. Ora che questo processo è sempre più complicato per vari motivi (tanta richiesta, meno disponibilità a investire nei progetti emergenti, i big influencer che fagocitano), alcune realtà hanno optato per modificare il tiro con una strategia molto interessante.

È più efficace nel medio-lungo periodo avere un brand legato al progetto o “micronizzare”, ovvero avere tanti piccoli investitori che poi sono gli utenti fruitori del prodotto? Per logica, questi ultimi, fidelizzandosi al tuo lavoro, garantiscono fedeltà, fiducia e si sentono parte attiva di un progetto. In questo momento forse è meglio avere mille seguaci fedeli che pagano 5 euro per un servizio plus che un brand che investe 5000 euro nel tuo prodotto. E’ meglio avere poche entrate da tanti che tanta da uno, anche perché ogni investimento che viene meno, incide meno sul totale. Questo è ciò che Ultimo Uomo e Basketnews stanno cominciando a fare.

E noi? Possiamo dire di essere stati un pò dei precursori di questo, pur non avendo numeri e forze dei due esempi sopra citati. La nostra chat premium dove ogni appassionato può fare domande ad addetti ai lavori del massimo livello continentale, è un contenuto unico, di qualità e che regala un valore aggiunto oltre che richiedere investimenti e tempo. Non mi interessa fare del machismo su chi sia arrivato prima, chi abbia avuto l’idea giusta o chi sia il padre di un modello di business, ma con così tanti progetti, cosi tanta offerta e di conseguenza una qualità che si livella, purtroppo, sempre più verso il basso, vi invito a una riflessione che chiude questo articolo e vuole stimolarvi a ragionare su quello che vorreste ricevere dalla fonte in cui vi informate sul basket: preferite essere bombardati gratuitamente con le vicissitudini sentimentali di Wanda Nara ogni singolo giorno o volete provare a spendere cinque minuti in più per capire, conoscere e stimolare il ragionamento, riconoscendo a chi, per stimolarvi ciò a un livello superiore, investe di suo?