Poste Mobile Final Eight: i 5 momenti che ci ricorderemo

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Si sono concluse da meno di 48 ore le Poste Mobile Final Eight di Coppa Italia, svoltesi al Mandela Forum di Firenze e ancora riecheggia la grande impresa della Fiat Auxilium Torino, uscita vincitrice dalla competizione contro ogni previsione iniziale.
La manifestazione, con la classica formula consolidata negli anni che vede sfidarsi le prime otto squadre del girone di andata della Regular Season, può dirsi riuscita e nonostante qualche buco di troppo negli spalti nelle gare del giovedì, la risposta del pubblico è stata più che buona, con i tutto esaurito fatti registrare per semifinali e finale.
Anche lo spettacolo non è mancato, come non sono mancate le sorprese già dalle prime sfide, con Cremona (testa di serie n°8) che sconfigge Avellino, Torino che batte la solida Venezia e Cantù che ha la meglio sulla corazzata Milano.
Detto del successo della kermesse, vediamo quali sono stati i cinque momenti più significativi di questi quattro giorni di basket.

  1. L’infortunio ad Alessandro Gentile

L’episodio in sé ovviamente non è niente di positivo, ma la reazione di Alessandro nel momento in cui ha capito che l’infortunio non gli avrebbe permesso di continuare la gara dovrebbe servire a mettere a tacere le voci maligne che da qualche anno raccontano di un Gentile non innamorato del gioco e poco interessato al bene della squadra.
Ale è passato dall’essere una delle maggiori promesse del basket italiano a un giocatore problematico per Milano, sino a venire allontanato dai club in cui ha militato all’estero senza aver mai convinto fino in fondo.

Questa per lui deve essere la stagione della rinascita, deve saper smussare alcuni lati del suo carattere che ancora traspaiono (la rissa contro Trento) e far vedere il suo talento. La sua reazione all’infortunio è un ottimo segnale in tal senso, perché dimostra come voglia fortemente dimostrare a tutti che il vero Ale Gentile è quello che a 20 anni faceva vedere tutto il suo talento. Ci auguriamo quindi che alla ripresa le cose vadano nel verso più giusto possibile. Per lui e per il basket italiano.

by Alessia Doniselli
  1. Cantù affossa Milano

Cantù ha dimostrato che tutte le difficoltà avute a inizio stagione, con le dimissioni di Carlo Recalcati e con la difficoltà di rapporti con il presidente-padrone Geramisenko, potessero essere superate con il bel gioco messo in campo da Sodini. Il giovane coach ha saputo colpire sagacemente Milano nei suoi punti deboli scalfendo da subito le (poche) certezze di una squadra ormai da tempo in crisi di fiducia.
Di contro Milano, favoritissima dai pronostici per la vittoria finale data la profondità e la qualità del roster a disposizione, non è mai parsa davvero dentro la competizione e, come spesso le accade in questa stagione, alla prima difficoltà non ha saputo venirne fuori, restando anzi in balia degli eventi e della squadra avversaria. Una crisi, quella di Milano, che rischia di costare caro anche in ottica campionato, con coach Pianigiani che deve necessariamente dare una scossa a un ambiente che non ha saputo trarre positività nemmeno dall’arrivo di un giocatore del livello di Kuzminskas, lui pure a fondo come il resto dei compagni.

  1. Gli ultimi 2:30 minuti della Finale

Gli ultimi minuti della finale sono stati lo specchio di una competizione altamente combattuta, con entrambe le semifinali vinte al supplementare e una finale incerta fino all’ultimo possesso. Negli ultimi 150 secondi ci sono state ben sette azioni che potevano risultare decisive:

  1. Valerio Mazzola, dopo aver giocato una Final Eight di altissimo livello, raccoglie tre rimbalzi offensivi consecutivi. L’ultimo vale la giocata del 64-61 grazie al canestro e fallo.
  2. La tripla di Landry che porta il risultato in parità sul 64-64.
  3. La successiva tripla di Diante Garrett per il 67-64 Torino.
  4. La tripla di, un fin lì spento, Luca Vitali che riporta Brescia in parità sul 67-67.
  5. Il rimbalzo offensivo di Dario Hunt sull’errore di Vitali a 20 secondi dalla fine, che concede a Brescia un possesso offensivo.
  6. Deron Washington che recupera un pallone vagante da rimbalzo e lancia Vujacic in contropiede per il layup del 69-67.
  7. Il tiro di David Moss che si stampa sul ferro a 2 secondi dalla fine.

Alla fine a risultare decisivo sarà il canestro di Vujacic, per la gioia dei tifosi torinesi, ma l’onore va ad entrambe le squadre per averci regalato un finale così intenso.

by Alessia Doniselli
  1. Il nuovo che avanza

Dei quattro coach arrivati in semifinale, tre hanno meno di 45 anni e sono decisamente agli inizi di quella che gli auguriamo possano essere delle carriere costellate di successi

  • Marco Sodini, 44 anni – Da vice di Kurtinaitis prima, di Bolshakov e Recalcati poi, prende il ruolo di capo allenatore di Cantù dopo la prima giornata di campionato, nonostante avesse alle spalle una sola stagione da capo allenatore a Piacenza, ruolo acquisito in corsa e che ha portato alla retrocessione in Serie B della Pallacanestro Piacentina dalla A2 Silver. A Cantù però ha saputo far rendere il talento a disposizione nel modo migliore possibile, arrivando sesto nel girone di andata, portando la sua squadra a battere Milano da sfavorita e lottando fino alla fine con Brescia in semifinale.
  • Andrea Diana, 43 anni – Guida la Leonessa Brescia dalla stagione 2014/15 ed è stato già protagonista della promozione in Serie A del 2016. Quest’anno ha stupito tutti con un avvio che ha fatto registrare nove vittorie consecutive e un primo posto inatteso. Da semplice sorpresa è diventata una conferma con questa Coppa Italia, raggiungendo una finale attraverso il gioco e il modo di saper sfruttare il talento a disposizione.
  • Paolo Galbiati 33 anni – Capo allenatore della Fiat Torino dal 5 febbraio scorso, dopo le vicissitudini che hanno portato alle dimissioni di Banchi prima e di Recalcati poi, il giovane coach di Vimercate ha saputo prendere in mano una stagione che si era fatta davvero complicata, compattando il gruppo, facendo scelte difficili come l’esclusione di Patterson e Iannuzzi e dimostrando anche tatticamente di essere pronto per i grandi palcoscenici. Infatti ha sostanzialmente vinto la semifinale contro Cremona con la sua difesa a zona che tanto ha messo in crisi Meo Sacchetti.
  1. L’abbraccio tra coach Galbiati e Garrett

A 3:34 dalla fine Diante Garrett commette un fallo su un tiro da tre di Luca Vitali. Galbiati dice qualcosa al suo giocatore, che va dal proprio coach a far valere le proprie ragioni, convinto di non aver commesso fallo. Il coach mette le mani sulle spalle di Garrett, lo abbraccia e gli dice qualcosa, non colto dalle telecamere. Il volto del giocatore, inquadrato, passa dalla frustrazione del fallo a un sorriso sereno.

In questa immagine c’è tutto quello che Paolo Galbiati ha dato a una squadra che prima del suo arrivo aveva vissuto un momento difficilissimo, con due coach dimissionari nel giro di un mese, 6 sconfitte su 7 gare disputate e un roster che doveva assimilare i nuovi arrivi di Boungou Colo, Vander Blue, assieme a quello di Norvel Pelle. Lo ha fatto dando continuità al progetto iniziale di coach Luca Banchi, ricompattando il gruppo, dando nuovamente le linee guida da seguire, soprattutto in difesa e facendo integrare i nuovi arrivi in breve tempo. Adesso sarà ancora più complicato per l’ex coach delle giovanili Olimpia, perché dovrà smarcare il dubbio di quale tra i quattro americani a roster dovrà far spazio a Vander Blue. Dovrà gestire i nuovi arrivi e nel contempo non bloccare la crescita di David Okeke, indisponibile in queste Final Eight ma elemento fondamentale per il futuro torinese.

Problemi che sicuramente affronterà da domani, perché oggi è ancora il momento di gustarsi una vittoria sudata, sofferta e meritata, per lui e per lo staff tecnico a partire dal vice Luca Comazzi per arrivare a Marco De Benedetto, Team Manager che con loro ha condiviso gioie (domenica) e dolori (le recenti vicissitudini). I mezzi e le capacità per fare bene ci sono e la vittoria in Coppa Italia potrebbe essere solo la prima di tante soddisfazioni per il giovane coach.