La diatriba Durant-Perkins getta ombra sul passato dei Thunder

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Una scelta è una scelta, per quanto possa sembrare illogica, impopolare o per certi casi sbagliata. Che poi giusto e sbagliato sono soltanto termini di uso comune questo è un altro fatto. La questione della volpe e dell’uva acerba può interessarci il giusto, ma se non ci si sta riferendo alle canonica storiella della domenica, ma a giocatori strapagati e con un ego smisurato tanto quanto la loro sete di vittoria la vicenda si fa interessante. Prendete un ex giocatore come Kendrick Perkins, uno di quelli che sul parquet dettavano legge – non necessariamente in senso tecnico – e ponetelo di fronte a una superstar come Kevin Durant, che di talento ne ha tanto quanto – ad oggi causa infortunio – di tempo a disposizione. Basta un tweet equivocabile – ed equivocato – per riaccendere le braci di conflitti irrisolti nel profondo di un giocatore icona e di una squadra spezzata, ossia gli Oklahoma City Thunder.

OKC NO MORE…

Quando Perkins si è trovato a parlare di un ritorno importante a Oklahoma City, definendo Russell Westbrook come “Mr Thunder” probabilmente non voleva offendere o riferirsi a KD, che da spettatore silente ha aspettato che i riflettori tornassero su di lui. L’importanza della scelta di RW0 di rimanere, sempre e comunque, ad OKC ha messo in cattiva luce Durant, reo di aver fatto la scelta del codardo e di essere scappato nella squadra che aveva appena battuto il record di vittorie in regular season. Piccata risposta del giocatore dei Nets che ha rimarcato come Perkins non avesse certo numeri importanti come pivot dei Thunder che persero da 3-1 le finali, ma il nodo gordiano resta che quella macchina perfetta di coach Brooks, troppo spesso bistratta per le bizze di Westbrook sul parquet, nascondeva parecchie rappezzature dietro il sipario.

Di certo l’abbandono in ordine di Harden, Ibaka e Durant ha penalizzato la crescita dei Thunder, che comunque anche guidati da una giovane unit e dal residuo Westbrook, hanno sempre centrato i playoff. E’ altrettanto vero che solo con Steven Adams si è messo un secolare tappo ad una penuria di centri che affondava le sue radici nei tempi di Seattle, del buon Nick Collison ed una sfilza di giocatori improbabili iniziata con Robert Swift e Mohammed Sanè. Perkins aveva portato minuti di legnate, mattoni e gioco duro, non sufficienti a vincere un titolo, ma sembrava aver messo anche un ponte tra il gioco multifunzione di Durant e quello da Iso-Power di Westbrook.

Non che si voglia dare ragione al giocatore dei Nets, tuttavia la disamina di Perkins trova un fondo di verità nel fatto che da solo, Durant non ha ancora prove sufficienti a metterlo in lizza per un riconoscimento di primato assoluto come possono essere un titolo vinto da un Wade a Miami o di un LeBron a Cleveland. Eppure le lamentele che ha mosso al suo ex pivot sono le stesse che chiunque, leggendo le statistiche, potrebbe muovere ad un Zaza Pachulia o addirittura – con le dovute proporzioni – ad un Draymond Green, compagni di Durant nel successo. Probabile che un fraintendimento abbia lasciato lo spazio a KD per rimettersi sulla piazza e far guardare a lui come la causa non solo del declino di OKC, ma anche degli stessi Warriors che non lo han potuto rifirmare. Scelte, che comunque solo il futuro potrà confermarci o smentirci.