Eurolega: Alex Abrines ritorna a brillare

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Poteva non esserci il lieto fine, poteva essere la fine di una carriera, quella di Alex Abrines, un ragazzo che ha saputo fare della resilienza la sua arma più forte, che torna a brillare nel Barcellona di coach Jasikevicius che batte il CSKA Mosca al debutto in Eurolega. La storia che questo ragazzo racconta è sintomatica di un basket dietro le quinte, che spesso non emerge agli albori della cronaca, perchè spesso dietro i numeri, le statistiche, si nasconde pur sempre un essere umano, un ragazzo con le sue fragilità, le sue cadute e (come in questo caso) le risalite.

Abrines Westbrook

UN RAGAZZO NEGLI STATES

Per un ragazzo che aveva mostrato numeri e qualità prima a Malaga e poi a Barcellona, sia in ACB che in Eurolega, le sirene dell’NBA e le voci degli scout erano sicuramente un qualcosa di prevedibile. Cosa succede però quando si va negli States? Ecco, qui inizia una parte della storia che è venuta fuori solo a tratti, ma che deve essere utile per capire quanto è grande e profondo il talento del nativo di Palma de Maiorca. La scelta dei Thunder, che sono in fase di rebuilding dopo la partenza di KD, lo pone in una condizione di dover essere una spina nel fianco dell’attacco di Billy Donovan, che ha pensato a lui come quello slasher che sa tirare bene dall’arco che sa portare legna con la generosità. Le prestazioni ci sono anche, almeno nei numeri, ma non è lo stesso giocatore che si era ammirato in Europa. Sul campo è svagato, va a fiammate, alterna grandi giocate ad errori marchiani. Non che non sia pronto, ma sembra manchi altro.

Una sera i Thunder sono in trasferta, alloggiano in un albergo in Florida, la squadra cena insieme in un ristorante, la goliardia è portata da Kanter e Adams, Westbrook è a capo tavola e scruta un po’ i compagni, mentre Alex è smarrito, nel telefono, isolato e chiuso in sè stesso, che dopo aver cenato torna subito in camera. Qualche sera dopo, sull’ennesima tripla doppia di RW0, che è in una di quelle gare in cui smazza assist come un chirurgo di fama mondiale, Abrines tocca uno dei suoi high in carriera, colpendo dall’arco e mostrando grandi doti, ma quello sguardo perso nel vuoto, una felicità che non traspare non può non colpire l’occhio del playmaker. Lo prende da parte e gli parla. Qualcosa che Abrines aveva solo immaginato come ombra, si palesa nella sua vita. Ansia da prestazione, angoscia, solitudine in un mondo nuovo lo allontanano sempre di più dalla realtà, Russell gli lascia il suo numero, in qualsiasi momento avesse bisogno lui ci sarà, ma Alex è un tipo che ringrazia ma vuole cavarsela.

DALLA PAURA ALL’EUROPA

Il punto è che finchè il campo risponde presente, quell’angoscia che ha dentro rimane segregata, quando poi il canestro diventa un puntino microscopico tutto diventa complicato. Con la discesa delle percentuali, cui si associa l’infortunio occorso a Roberson – amico di mille allenamenti – che lo traumatizza e non poco, Abrines esce dalle rotazioni e inizia ad abbandonare quello sport che è stato la sua vita. Il panico e la paura di non farcela diventano la prima bestia da affrontare sul campo, la palla diventa una nemica velenosa, che non si può neanche toccare, il contesto sparisce. Basta cambiare tutto, cambiare ambiente. Viene tagliato dai Thunder con la voce “problemi personali” spuntata da un elenco che non conosce – nonostante diversi casi come Love, DeRozan, Irving per citarne alcuni – rimane da solo, anche se il telefono gli vibra con un messaggio del compagno di sempre, Russell, che gli dice di non mollare.

Dalla paura si torna in Europa, al vecchio basket, alle abitudini. Tanta psicoterapia, capacità di resistere, resilienza e poi la chiamata di un altro amico, Sarunas Jasikevicius, che ha preso il posto di capo allenatore nel Barcelona dove avevano giocato insieme negli ultimi anni della sua carriera: il grande vecchio ed il ragazzino. Sa bene che ragazzo ha di fronte e da abile psicologo, perchè Saras è un grande giocatore ma soprattutto sa esattamente cosa chiedere ai suoi ragazzi, gli parla con franchezza su come lui possa integrarsi nella sua visione di gioco, su come possa ritrovare fiducia e sul fatto che vuole che torni a divertirsi. L’annuncio arriva su Twitter, quasi un coming out per una storia che viene fuori con un vomito di parole confuse, ma che vogliono sancire il ritorno al parquet. L’impatto è devastante, in supercoppa nella semifinale contro il Baskonia è un’ira di Dio, nei primi turni di ACB una sentenza, mentre in Eurolega torna a brillare, con una solida prestazione contro il CSKA, non certo l’ultima delle squadre.

Ha trovato in Calathes di nuovo quel play che sa accontentarlo, come faceva Westbrook, ma stavolta lo spirito è diverso. Abrines lo ha soprannominato il suo nuovo “papà pelato” e chissà se il greco se la sarà presa. Se è vero che dopo la gara in EL la sfuriata in spogliatoio di Jasikevicius c’è stata lo stesso nonostante la vittoria, il ritorno a casa di Abrines deve essere stato sereno e tranquillo, anche perchè a breve distanza, sul suo telefono, sempre in modalità vibrazione a breve distanza sono arrivati un “Grazie ragazzo” da parte proprio del coach Lituano, ed un “That’s my boy” da parte di quel play col numero 0 che veste la casacca di Houston.