NBA, San Antonio Spurs: i signori degli anelli

Spurs

Quando annaspi nei bassifondi di una molto competitiva Western Conference, senza ombra di dubbio ci sono parecchie grane da risolvere e spesso non basta citare la lunga serie di infortuni, trade rivoluzionarie, violente come un uragano o il fisiologico calo di una serie di veterani giunti forse alle ultime stille di energia di gloriose carriere. A meno che tu non sia i San Antonio Spurs, è difficile risalire da un baratro pesante come un macigno, eppure se ci riferiamo alla squadra di coach Popovich, non si può non applaudire un ultimo mese che li ha riportati, ancora una volta, manco avessero sette vite, nell’elite che conta.

INIZIO LENTO: STRASCICHI DEL PASSATO?

La trade che ha privato gli Spurs di quello che era il go to guy designato, ossia Kawhi Leonard, ma anche e soprattutto di colui che portava carisma e “attributi” nei momenti clou, come Danny Green, sembrava aver lasciato solo ceneri di una squadra che avrebbe dovuto ripartire da zero o quasi. Non che DeRozan fosse un oggetto misterioso, ci mancherebbe, ma leggendo la carta d’identità della franchigia texana, sembrava di trovarci di fronte all’esercito di Rohan al Fosso di Helm, in cui c’erano veterani che avevano visto troppe primavere e giovani che ancora dovevano imparare a regger la spada. Gli infortuni di Murray, che era la grande speranza, e poi di White e Walker IV, erano la classica spada di Damocle.

Con il crescente numero di sconfitte, con un plus/minus che vedeva lo starting five sempre in negativo ed il secondo quintetto a tirare le fila, la scelta di coach Pop è stata radicale: ristabilire le gerarchie e predicare una pallacanestro essenziale. DeRozan ha iniziato a carburare, finalmente inserito in un sistema e non lasciato da solo a sparare a salve, Aldridge ha portato equilibrio e la scoperta dell’efficacia tutta europea di Poeltl e Bertans ha fatto il resto. Se però si vuole cercare qualcosa di veramente sorprendente in questo gruppo, è sicuramente il rendimento offerto da Gay, Belinelli e Mills date le doverose premesse ed etichette sui tre giocatori.

GAY, MILLS E BELINELLI: GLI EROI DIMENTICATI

Rudy Gay non è la stella capace di schiacciare col tritolo nei piedi di qualche anno fa, ma è diventato un giocatore maturo, che coach Pop spesso schiera anche da numero 4 per sfruttare la sua verve a rimbalzo e la sua capacità di posizionarsi al posto giusto. È lui ad aver preso il timone della difesa: alza la pressione, va a cambiare su qualsiasi blocco e porta l’esempio. Dalla panchina poi, Patty Mills è una sentenza con le migliori percentuali della carriera dalle ultime Finals con Miami di qualche annata fa e se in difesa è il solito telepass, riesce a compensare con un lavoro di sacrificio e di forzare la marcatura, magari sperando in un aiuto. Ago della bilancia sembra però essere Marco Belinelli, che dalla panchina porta il “messaggio Spurs”, fatto di agonismo, difesa e personalità, con un pizzico di follia quando serve.

Questo trio non solo è la perfetta estrinsecazione di quanto il sistema di gioco offerto da San Antonio faccia rendere, ma di come Popovich predichi pallacanestro: affida le chiavi della squadra a un giocatore come Gay appunto, che fino ad ora ha solo fatto spettacolo. Aldridge è l’eterno “dai e non dai” che è rimasto e porta il mattoncino ad ogni sera. Poi arriva DeRozan e gli si racconta una storia: può essere un grande scorer ed essere sottovalutato dal mondo circostante, oppure può mettere il suo talento al servizio del gruppo e se da parte sua arrivano assist – quando la difesa converge in massa – con rimbalzi, allora tutto diventa possibile. Anche gli altri si adeguano e i brutti anatroccoli texani non diventano carne da macello, ma iniziano a fare i predatori.

SERATA DI GALA CONTRO I RAPTORS

Se si guarda al campo e a quello che dice, le vittorie Spurs sono figlie di un gioco ritrovato che sa equilibrare gli isolamenti da parte di DeRozan (dal palleggio) e Aldridge (dal post basso) con il solito sistema di motion offense e di scarichi alla ricerca del tiro migliore, che ha visto crescere percentuali ed efficienza con il passare delle gare ed il rientro di White. Interessante la scelta di giocare anche con quintetti atipici e se del ruolo di Gay si è già detto, non può sottacersi la coppia di combo White – Forbes che ha dato spettacolo nei match contro Raptors e Grizzlies.

Proprio la sfida del ritorno all’Alamo di Kawhi Leonard è stata il simbolo della svolta: lettura degli uno contro uno sistematica, nessuna sofferenza in vernice anche contro l’eterno avversario di mille battaglie (e bestia nera) Serge Ibaka, annullamento del gioco avversario con una difesa asfissiante che produce palle recuperate, tiri ad alta percentuale e quindi un rendimento positivo. Toronto è leader dell’est, ma anche contro Warriors, Rockets e compagnia non sono arrivate le prestazioni deludenti di inzio stagione. Doveva essere l’anno di sfacelo, ma se c’è una virtù che nel Texas hanno nel sangue è quella di resistere fino all’ultima stilla di energia. Col rientro, si spera a breve, di Murray, il reintegro anche di Gasol a dare minuti ulteriori al pacchetto lunghi, gli Spurs dovessero entrare in post season diventerebbero un cliente scomodo per chiunque, in grado di costringerti a giocare la propria pallacanestro e, qualora non ci riuscisse, si adatta camaleonticamente all’avversario. Il loro ultimo mese è straordinario e dovessero continuare su questo trend, potrebbero essere la rivelazione che nessuno credeva potesse risorgere.
In questo, gran parte del merito è di Gregg Popovich, quel signore coi capelli bianchi, un po’ Gandalf e un po’ Aragorn – per tornare al signore degli Anelli – che sa trasformare anche le sensazioni negative in autentiche prove di coraggio e dedizione.

 

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