Scottie Pippen: Unguarded, a cuore aperto

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La mia vita senza filtri. Questo il sottotitolo dell’edizione italiana, edita da Rizzoli. Il perché della scelta di aggiungere la frase al titolo originale UNGUARDED lo si intuisce sin dalla prima frase che l’autore del libro, collegato dagli USA sulla piattaforma Feltrinelli Live, pronuncia per salutare i partecipanti. “Sarebbe bello essere in presenza, a bere del buon vino e a parlare del mio viaggio…”. Scottie Pippen è così: pochi freni inibitori, allentatisi col passare degli anni e la volontà di rivendicare un credito e una popolarità che non ha mai percepito pienamente riconosciuta durante la carriera professionistica. Sia dai datori di lavoro che dagli appassionati. Costantemente all’ombra del giocatore più forte di ogni epoca, che ha oscurato gli altri protagonisti del doppio threepeat dei Bulls.

Non immarcabile, bensì smarcato. Si presenta in questa maniera Pippen: lontano dall’inquadramento in un’immagine che gli sta ormai stretta e ne deforma i lati che il nativo di Hamburg, Arkansas vorrebbe mostrare alla luce del sole. Quale migliore occasione per farlo, se non pubblicando un’autobiografia a stretto giro di posta dalle polemiche seguite all’uscita su Netflix di The Last Dance? Sin dal prologo del libro, Pippen non le manda a dire a nessuno. Schietto, sincero, trasparente. Per quale motivo ammantare con un’aura mitica un’epoca ormai passata e irripetibile? Tanto vale presentare la realtà così com’era, scevra dalla logica e dalla narrativa comune. La voce dei “comprimari”, di chi “non stava sul piedistallo”.

Le treccine, le AirPods e la montatura elegante degli occhiali potrebbero far pensare a uno Scottie Pippen più giovane dei 56 anni segnati sulla carta d’identità. Le frasi del nativo di Hamburg, Arkansas, tradiscono il fatto che, come direbbe Machiavelli, le primavere di Scottie non sono state né dormite né giocate. Il rapporto con la mamma e i fratelli, segnato dalle tragedie del fratello Ronnie e del padre. Sostegno reciproco, fiducia e sacrifico: valori imparati a proprie spese ma che, trasportati all’interno dello spogliatoio Bulls, hanno portato la franchigia di Chicago a essere considerata una delle dinastie più iconiche della storia sportiva. Le rivalità: Lakers, che riportano Pippen ai ricordi sognanti dell’infanzia davanti alle immagini di Jabbar e Magic; Knicks, ultimi esponenti di un basket basato sulla fisicità ma  ormai anacronistico; Pistons, vera e propria montagna da scalare per capire davvero cosa ci volesse per vincere. Il Draft 1987, nel quale i Bulls si assicurano le prime due pedine (Scottie Pippen e Horace Grant) che, insieme a MJ, costituiranno la base per i successi del decennio successivo. In UNGUARDED c’è questo e altro. Ma la grandezza di un personaggio così divisivo non si limita all’inchiostro su carta. Se può andare a ruota libera, allora sì che diventa unguardable.

Le domande degli utenti collegati spaziano attraverso ambiti più disparati. Scottie Pippen sembra a suo agio in ogni circostanza. Che debba parlare di Larry Bird, considerato il miglior trash talker di sempre, o di Giannis Antetokounmpo, ritenuto il giocatore più difficile da marcare per via delle infinite leve e del sapiente uso dell’eurostep. Che si parli di regolamento NBA, modificato negli ultimi anni per favorire i giocatori offensivi, all’implementazione del tiro da 3 nei playbook delle varie squadre, favorito dall’afflusso dei giocatori europei, favorito da pionieri come Petrovic, Kukoc e Sabonis. Che debba ricordare, senza rimorso, la discussa chiamata in gara 5 della serie coi Knicks del ’94 o indicare Bruce Willis o Denzel Washington come attori al cui fianco preferirebbe recitare. Uno Scottie Pippen poliedrico, versatile, atipico. Fuori dal campo, così com’era sul parquet. Unguardable e unguarded. Forever and ever.