Sergio Rodriguez: “Ho la sensazione che Milano sia casa mia”

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Sergio Rodriguez (Real Madrid)
Credits Savino Paolella

In occasione del suo secondo ritorno a Milano da avversario abbiamo potuto intervistare in esclusiva Sergio Rodriguez, campione indimenticato dalle parti di Milano.
Abbiamo parlato con lui dei ricordi del suo periodo a Milano e della sua vita e successi attuali con il Real Madrid.

Cominciamo ricordando i tuoi anni all’Olimpia. Quando e perché hai scelto di venire a Milano per aderire al progetto Armani?

In quel momento (luglio 2019, ndr) avevo concluso la mia stagione con la possibilità di vincere l’EuroLeague con il CSKA. Penso che fosse il momento di cambiare e di vivere una nuova esperienza. Ho sempre una buona impressione dall’esterno di Milano e dell’Olimpia. Penso che sia sempre stato un progetto con una grande possibilità di miglioramento. Quando sono arrivato, sapevo che il progetto sarebbe diventato un ambiente vincente attraverso molto lavoro. Ma ero sicuro che a un certo punto la squadra avrebbe si sarebbe giocata ogni titolo in palio. Il tempo che ho trascorso lì è stato fantastico. Ho un sacco di amici, bei ricordi. Ho sempre la sensazione che una delle mie case sia Milano.

Tra tutti i ricordi, le esperienze che hai vissuto a Milano, se dovessi scegliere solo tre momenti, tre flash, quali sarebbero?

Prima di tutto, i ricordi si ingrandiscono solo attraverso il modo in cui si arriva agli obiettivi prefissati. Ma ovviamente i ricordi più belli sono quando si vince. Quindi il primo è lo Scudetto; il secondo sono le due Coppe che abbiamo vinto; il terzo, qualificarci per le Final Four. È stato un momento che non potevamo condividere con i nostri tifosi perché eravamo nell’anno post-pandemico. Ma questi sono i tre momenti salienti del mio periodo a Milano. Naturalmente, se dovessi sceglierne uno soltanto, è l’aver giocato al Forum. Ho avuto una connessione incredibile con le persone lì. Lavorare con i compagni di squadra che ho avuto e con le persone del club, è stata un’esperienza fantastica.

Tra tutti i tuoi amici a Milano, immagino, uno dei più importanti sia stato Kyle Hines. E Kyle ti ha anche descritto come una delle chiavi più importanti per lui per venire a Milano. Come hai fatto a convincere Kyle a venire?

Quando vivi una situazione come quella in cui ci siamo trovati a Milano, la prima cosa che vuoi aggiungere è mentalità vincente. E persone pronte a esserci in ogni circostanza, a essere al tuo fianco per raggiungere un obiettivo comune. Kyle, abbiamo giocato insieme due anni a Mosca, sapevo che tipo di professionista, che tipo di persona fosse. Ed era la scelta giusta per approcciare la stagione come lo stava facendo l’Olimpia. Quindi penso che l’aggiunta sia stata un grande dono per tutti. Per il club, per noi compagni di squadra e anche per lui. Perché ha trovato una nuova casa e si sta davvero godendo il periodo a Milano. Non solo a livello cestistico, anche personale.

Ora sei a Madrid. È stata una conclusione inaspettata, quella del rapporto con Milano? O la volontà di riaprire un altro capitolo della sua esperienza con il Real Madrid ha prevalso? È stato un gran bel finale o un miglior nuovo inizio della tua carriera?

È stata una grande situazione e un’altra grande sfida da affrontare. Dopo essere stati a Milano, sentirsi a casa, vincere, era arrivato il momento di chiudere lì il capitolo. Ho avuto l’opportunità di tornare a Madrid, a casa mia, a giocare in un club che ammiro molto. Mi sento davvero molto a mio agio in questa situazione. Non sai mai quando inizi, dove giocherai nel corso della tua carriera. Ma essere in grado di essere in questo club a questo punto della mia carriera è qualcosa che apprezzo molto. Spingo davvero per aiutare tutti a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati. Ovviamente, giocare per il Real Madrid significa vincere tutto. L’anno scorso abbiamo avuto una lunga stagione in cui abbiamo vinto l’EuroLeague ed è stata una sensazione fantastica. Non c’è modo migliore per tornare a casa, in una squadra che conosci, in un ambiente che conosci, che vincere il trofeo più prezioso possibile.

Parlando di vincere l’EuroLeague, immagino che tu ne abbia abbastanza parlare della serie con il Partizan e cosa abbia significato a livello di squadra. Puoi raccontarci invece un momento specifico per te personalmente?

Penso che se ne sia parlato molto. Una serie incredibile dal punto di vista della competitività. Per me, la chiave è stato il momento della prima partita in cui abbiamo perso Tavares. Ha giocato solo il primo tempo. Nella seconda, non ha giocato. E poi si è ripreso ed è stato in grado di recuperare ed essere pronto per la terza partita. Quella è stata un punto di svolta. Quando giochi per molti anni nel basket professionistico, pensi di sapere tutto o di essere stato in ogni ambiente possibile. Ma quando siamo partiti l’anno scorso per Belgrado, quando siamo entrati nella Stark Arena e quando abbiamo giocato gara-3 coi tifosi del Partizan, è stato davvero incredibile. Sono stati molto rispettosi nei nostri confronti, supportando la loro squadra e creando un ambiente davvero emozionante. Ma era una partita super rumorosa. Credo che abbia cambiato la nostra stagione: prima sentivamo di non poter vincere contro nessuno in nessun ambiente possibile, lì ci siamo resi conto che eravamo pronti per vincere l’EuroLeague.

Forse è questo il motivo principale della tua esperienza NBA, forse inferiore alle aspettative? La connessione che crei con le emozioni dell’arena, con il pubblico? Pensi che un Sergio Rodriguez più maturo ora potrebbe avere una carriera più lunga e iniziale in NBA?

Ho apprezzato molto il tempo trascorso negli Stati Uniti. Innanzitutto, quando avevo 20 anni, mi sono davvero messo alla prova nel campionato più importante del mondo, giocando contro i migliori in un momento in cui ero molto giovane. Sono cresciuto molto. La seconda volta, giocando per Philadelphia in una squadra di alto livello, mi sono sentito molto fortunato a poter esplorare cose diverse. Certo, giocare in NBA è una delle cose migliori che mi siano capitate nella mia carriera professionale. Ma anche quelle esperienze mi hanno aiutato a migliorare in EuroLeague e nel basket europeo. Il 90-95% delle volte, è l’ambiente in cui ti trovi: penso di aver avuto le giuste opportunità, sono stato in grado di aiutare le squadre ed essere migliore. Mi sento molto fortunato ad avere la carriera che sto avendo perché so che non è affatto facile.

Secondo te, chi ti ha difeso meglio? Contro chi sei andato più in difficoltà? Giocatori di EuroLeague o NBA?

Voglio dire, dipende. L’NBA è un po’ più individuale: devi concentrarti singolarmente su un giocatore che è davvero, davvero straordinario. In Europa, è più come un gruppo, come una squadra. Quindi devi essere pronto per il lavoro di squadra offensivo e difensivo più in EuroLeague. In NBA ci sono più sfide 1vs1. Ci sono giocatori in grado di fare quello che vogliono. Quindi devi essere pronto a cercare di limitare il loro talento. Ma in entrambi ci sono pro e contro. Ti faccio due esempi, Kobe Bryant e Kevin Durant. Quando giochi contro di loro, ti trovi a pensare “Ok, come farò a limitarlo?” oppure, come squadra, “come possiamo riuscire a limitarlo?” Ma, alla fine, con loro la soluzione era dire “Ok, preghiamo, perché faranno quello che vogliono”.

Vorrei che tu descrivessi in una parola alcuni dei tuoi allenatori con cui hai lavorato nella tua carriera. A cominciare da Ettore Messina.

Un maestro. Una persona molto vicina per affetti.

Pablo Laso.

Divertimento, gioia.

Dimitris Itoudis.

Pronto a fare tutto il necessario per poter aiutare la squadra a vincere.

Chus Mateo.

Ha dimostrato di essere un ottimo allenatore, vincendo grandi partite e grandi trofei con il Real. Dopo essere stato per tanti anni come assistente, non è mai facile subentrare, soprattutto a Madrid. E ha dimostrato di essere in grado di farlo.

Giusto per finire, con tutte le parole che vuoi prendere, Ricky Rubio.

Ricky è un genio. Ha davvero una carriera straordinaria in NBA, con la Nazionale, con il Barcellona. Essendo coetanei e avendo giocato insieme in Nazionale, è sempre un piacere vederlo sul campo da basket. Gli auguro davvero il meglio nel prossimo futuro a Barcellona. Ma vedremo come andrà, perché anche noi vogliamo vincere!