The Last Dance: Dennis Rodman, le puntate che aspettavamo

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Rodman
Grafica di Grazia Cifarelli

Lo aspettavamo. L’ultima volta che avevamo parlato di The Last Dance, avevamo espresso la comune volontà di vedere presto un approfondimento su Dennis Rodman sugli schermi Netflix. Presto accontentati, quella che è già la nostra serie TV preferita, lancia oggi due episodi, il cui principale protagonista è sia il più amato che il più odiato di quei Bulls. In realtà, il secondo episodio sarebbe stato incentrato su un interessante analisi sulla sfida con Detroit e le Jordan Rules, eppure la  worm mania ha eclissato tutto il resto.

Dennis Rodman

Ancora una volta la regia di ESPN è riuscita ad avere qualcosa che difficilmente abbiamo già visto in passato, ovvero un Rodman (sobrio) di fronte alla telecamera che commenta il suo ruolo e la sua carriera in quella squadra leggendaria. Ho apprezzato la posizione strategica di questa coppia di episodi, in quanto per continuare a tenere alto l’interesse di quella porzione di audience non fedele alla pallacanestro, serviva un personaggio del calibro del verme, unico e inimitabile nel suo genere. Già, perchè, riflettendoci, noi appassionati, avendo appurato che la serie merita la nostra attenzione e, conoscendo la storia dei Bulls di Jordan per filo e per segno, attendiamo solamente di scoprire dettagli e retroscena che alimentino la nostra sete di basket, dunque vedremmo il continuo del documentario a prescindere, relativamente, dai contenuti. Mentre, chi si sta avvicinando all’universo in cui noi siamo immersi giornalmente, ha bisogno di stimoli alla visione e quale occasione migliore della scoperta del mondo di Dennis Rodman. A tal proposito, il collegamento effettuato tra l’approfondimento su Rodman e i Bad Boys di Detroit è stato più che opportuno, in quanto spesso si trasscura il passato ai Pistons dell’uomo dalle chiome multicolore. In merito a queste ultime, il mondo social ne ha approfittato per rilanciare un enorme quantità di meme e grafiche che ricordano i capelli, non sempre canonici, del 91 dei tori. Montaggi delle sue aconciature, con annesse tonalità di colore, su giocatori del passato e del presente NBA, oltre che un’infinità di aneddoti riguardanti le sue stravaganti avventure in giro per l’America. In effetti, ci sarebbero una quantità di storie illimitata che lo vedono protagonista e servirebbe davvero una serie a parte per esplorarle, visto che in questi giorni se ne parla spesso (tra una produzione Wade sul Redeem Team e un’altra sugli ultimi due anni del Mamba). Ebbene, gran parte di queste storielle non credo possano essere raccontate sul piccolo schermo, vedi quelle che narravano i piccoli incidenti che coinvolgevano il suo membro… mentre, altre, semplicemente hanno bisogno di essere verificate. Ad esempio, ricordo come in un “Buffa Racconta” a tema Jordan, l’avvocato inscenò l’episodio dell’incontro tra Rodman e Madonna, della cui relazione si parla nella serie, quando il giovane astro della musica spense una sigaretta sulla spalla dell’allora giocatore degli Spurs. Sicuramente il culmine dei primi 48 minuti, è rappresentato proprio dall’aneddotto che riguarda la “vacanza” che Dennis si prese.

Mi serve una vacanza. Devo andare a Las Vegas.

Phil Jackson gli concesse 48 ore libere e vi lascio immaginare, senza spoiler ovviamente, che non furono esattamente 48, bensì qualcosina in più, visto che la cognizione del tempo tende a non essere naturale nei casinò del Nevada. Il momento di massima elevatezza è rappresentato dal commento dello stesso Rodman: “I went to the fucking Vegas!” e la sua grassa e inconfondibile risata, in seguito.

Oltre alle sue esilaranti e affascinanti pazzie che rendono Dennis Rodman tale, in questi episodi non è da sottovalutare la lente d’ingrandimento, che la stessa produzione pone sull’aspetto tecnico evidenziato da filmati e dichiarazioni dello stesso centro dei Bulls. In particolare, viene nuovamente posto l’accento sulle doti difensivi pazzesche di The Worm. Lavoro sporco sì, ma anche una capacità di difendere sulla palla assolutamente impressionante. Fu, a memoria, uno dei primi difensori in grado veramente di cambiare su tutti e 5 gli attaccanti avversari, potendo dare fastidio a tutti e 5 i ruoli offensivi del gioco. Il suo agonismo, la sua competitività e la sua rapidità di piedi, gli permettevano di ostacolare chiunque. David Aldrige lo ha, addirittura, insignito dell’attestato immaginario di migliore difensore on the ball degli ultimi 30 anni. L’altro focus tecnico che potreste osservare, si concentra sulle ben note skills di rimbalzista che caratterizzavano Rodman. Che avesse un innato senso della posizione e riuscisse ad avere la meglio sulle altre sbracciate sotto i ferri grazie al suo istinto, nonostante fosse decisamente uno dei più piccoli lì sotto, non lo scopriamo certo oggi. Ciò che, invece, è molto sottovalutato è il lavoro specifico che coach Jackson faceva svolgere al suo “lungo”, con allenamenti semplici e ripetitivi che il giocatore ricorda con piacere.

L’istantanea della seconda doppia puntata

Riconfermando la rubrica dei primi episodi, mi accorgo che in questo caso le difficoltà di scelta si moltiplicano. Non esiste, forse, un’istantanea in particolare che racchiuda l’essenza rodmaniana, se non, appunto, l’insieme di tutte quante, accompagnate dalle sue dichiarazioni. Dunque, la foto copertina degli episodi tre e quattro non può essere che uno scatto del suo mood,  insieme ad una sua frase.

Faccio festa, ma lavoro sodo.