The Last Dance: fuori i primi due episodi, hype confermato

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Jordan

Messe da parte le abitudini un po’ pigre di questi giorni, puntate tutte le sveglie possibili per le nove di questa mattina, connesso il vostro device preferito, lanciata l’app di Netflix e via. The Last Dance, il primo titolo che la piattaforma della N rossa vi propone è questo, soprattutto se in questo periodo avete recuperato qualche vecchio cult sulla palla a spicchi. La copertina ritrae il sorriso di un 23 in canotta Bulls che stringe a sé il Larry O’Brien Trophy, sullo sfondo, a fare, letteralmente, da sua spalla sinistra, fa capolino un altro volto che conosciamo fin troppo bene. Meno di cento minuti e per questa settimana è andata, tutti, possibilmente, da vedere quanto prima e consecutivamente. Non perchè ci sia il rischio di spoiler, quel mondo appartiene a ben altri settori e ho già sentito fin troppe battute in questa mattinata. Bensì poiché ogni appassionato è assetato di un minimo di pallacanestro, sebbene già creda di conoscere ogni dettaglio della Golden era di Chicago. Ognuno di noi vivrà questa serie in modo diverso, provando emozioni differenti e esprimendo pareri discordanti. Io, che stanotte ho dormito con il telecomando in mano, proverò a raccontarvi le mie impressioni.

Non ricordo, nella mia non estremamente lunga esistenza, una tale attesa per un evento cestistico che non è una partita. Chiaramente, tutto questo hype è generato dal fatto che non vediamo della vera pallacanestro (sottolineo vera, quindi campionati esotici esclusi), da ormai non so quanto tempo. Con ciò, non voglio dire che, uscendo in un altro momento, questo documentario non avrebbe suscitato questa quantità di ansia, facilmente percepibile nel mondo social del basket. Tuttavia, è innegabile che l’anticipo della prima di The Last Dance abbia incentivato il successo della stessa, oltre che moltiplicare i potenziali spettatori. Personalmente, ammetto che se l’avessero lanciata nel clou dei playoff, non l’avrei aspettata con tanta trepidazione. In fin dei conti, meglio così, almeno possiamo gustarcelo e analizzarlo con calma. Per questa ragione, le aspettative su questa “serie evento” (chiamatela come vi pare) erano alle stelle, ma per davvero. Si può parlare di aspettative confermate dopo due episodi? Forse no, però, per lo meno, posso dire che l’inizio è promettente. Per quanto mi riguarda, la visione delle due puntate è stata piuttosto godibile, l’andamento è stato molto scorrevole, tanto che non mi è pesato il tempo trascorso davanti allo schermo. La versione sottotitolata mi sembra la migliore, sebbene sarebbe in programma una versione doppiata in italiano, al momento non disponibile, essendo gli studi di doppiaggio chiusi in questo lockdown. A livello di contenuti, ho sentito parecchi navigati del gioco esternare il proprio scetticismo sulla possibilità di proporre nuovi dettagli sulla storia di una squadra, di cui si pensa di conoscere praticamente tutto. Partendo dal presupposto che, purtroppo, non ho vissuto l’epoca dei Bulls di Jordan, per questioni anagrafiche, dunque mi trovo ad avere qualche mancanza. Ad ogni modo, credo che una delle fonti migliori e più complete di retroscena che avevamo prima di oggi, sia il libro di Roland Lazenby, sulla vita di Michael Jordan. Un mattone, che assume il valore di uno scritto sacro per la pallacanestro, il quale raccoglie un incredibile numero di informazioni, aneddoti e backstage, che ho voluto leggere tempo fa. Ciò che, però, questa trasferimento sul piccolo schermo ha in più rispetto a qualsiasi altro contenuto, è la presenza di interventi preziosissimi dei protagonisti di quei giorni. Inoltre, posso confermare l’asserzione della produzione che è convinta di avere “contenuti inediti”, ed, effettivamente, ciò è stato possibile, poichè i Bulls hanno concesso l’esclusiva alla troupe cinematografica che ha realizzato la serie, per avere un full access della stagione 1997-98. Le dichiarazioni sono quello che rendono un documentario qualcosa di emozionante e credo che, almeno per ora, ESPN ci sia riuscita. Avere MJ su una poltrona a parlare senza freni è già di per sé un’opportunità che vale il tempo speso, se poi aggiungi la complementarietà di coloro che lo hanno seguito nel suo viaggio, del maestro Phil, della dirigenza dei tori e, addirittura, dei pareri di due presidenti (!!), allora chapeau.

Andando più nel profondo, attendo il cameo di Dennis Rodman per considerare il mio giudizio come completo. Tra l’altro, è bastata una sua battuta durante l’introduzione per farci immaginare le perle che ci regalerà nelle prossime settimane. Mentre gli altri si presentavano in modo sobrio, The Worm è piombato sulla scena per regalarci un attimo di epicità.

Sono Dennis Rodman. Come va? Mi ha stupito che i Bulls mi abbiano chiesto di partecipare. Ero troppo eccentrico per loro.

Poesia a parte, ho apprezzato il metodo dei flash back, utilizzati nella maniera corretta e nei punti giusti della narrazione. Nel primo episodio poi, delineare la figura di Jerry Krause è stato fondamentale per avere un quadro completo della situazione in quell’annata. Un uomo che è stato essenziale sia nella creazione che nella caduta dell’impero di Jerry Reinsdorf.

Le emozioni di The Last Dance

Passando, nello specifico, a ciò che più mi ha emozionato all’impatto di questi due primi avvicendamenti alla serie, sono state più le tante personalità a colpirmi, rispetto al contesto. Odio fare la parte romantica, non fa per me, eppure ci sono stati dei momenti non banali nei 100 minuti di questa mattina. Mi è tornata moltissima nostalgia nel sentire le puntualizzazioni sempre acute di David Stern. Mi sono accorto di che segno abbia lasciato quella squadra nel mondo, ascoltando le parole di Barack Obama. Mi sono quasi commosso (ripeto, quasi) nell’ammirare il ritratto di Scottie Pippen. Mi sono ricordato, ancora una volta, di che razza di macchina da competitività fosse Michael. Mi ha fatto impressione vedere il fascicoletto denominato “The Last Dance”, con il quale Phil Jackson ha introdotto quell’ultima danza ai suoi ballerini. Sono rimasto colpito dagli accorgimenti di Roy Williams, assistente di UNC, verso il quale nutro una profonda stima. Ho avuto la conferma di quanto fosse complicato gestire “il mostro” per Reinsdorf, patron che ancora oggi sopravvive alla NBA, con risultati discutibili.

L’istantanea delle prime due puntate

Magari, chi non avesse ancora avuto la possibilità di vedere questi primi due episodi e non volesse anticipazioni, dovrebbe fermarsi qui. Tuttavia, mi sento in dovere di lasciarvi l’immagine, e relativa citazione, che più mi ha colpito di questo avvio di viaggio che ci accompagnerà per un altro mese. Lousiana Superdome, New Orleans, 1982.

The Last Dance

Fino a quel momento nessuno sapeva chi fossi. Fuori dall’università mi conoscevano come Mike Jordan. Ma dopo aver segnato quel canestro, il mio nome divenne ‘Michael Jordan’.