NBA: The Last Dance – Warriors edition

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The last dance
Grafica di Grazia Cifarelli.

I Golden State Warriors (con il permesso dei Miami Heat) sono la squadra degli anni 2010. Tre campionati vinti in quattro anni, una stagione da 73 vittorie e un quasi three-peat (deragliato per colpa degli infortuni di Klay Thompson, Durant su tutti), Stephen Curry nominato (per la prima volta nella storia) MVP della lega ad unanimità e metteteci anche la ciliegina sulla torta chiamata Kevin Durant. Una franchigia tanto vincente e controversa per via di implosioni interne che pure non hanno risparmiato la squadra del Nord della California. Una serie tv versione Warriors sarebbe il caso di girarla? In effetti, le storie da raccontare in questa versione di The last dance sarebbero molte.

The last dance ep. 1 – Da dove nasce il mito

Come i Warriors si siano assemblati è una storia affascinante. I Dubs erano una franchigia storicamente perdente (l’ultimo titiolo vinto risale al 1975 e playoffs spesso un’oasi nel deserto), ma finalmente la storia è cambiata e un grazie va fatto ai Minnesota Timberwolves che decisero (follia!) di non scegliere Steph Curry alla 7a chiamata del Draft 2009, preferendogli invece Jonny Flynn.
Un eventuale The last Dance versione Warriors dovrebbe partire proprio da qui. A Steph si sono aggiunti poi Klay Thompson e Draymond Green formando così i Big 3 edizione Bay Area. Attenzione però, perché nella NBA moderna, i team che si possono permettere il lusso dei Big 3, lo fanno o a seguito di scambi o tramite free agency (vedi gli Heat di Bosh-Wade-James). I Warriors invece hanno “pescato” 3 futuri hall of famer, tutti direttamente dal draft!

E Golden State non manca certo di altre storie interessanti. Andre Iguodala è passato da “The Man in Philly” che sapeva solo schiacciare a stella assoluta e MVP delle finals 2015, oggi difensore con pochi eguali e uno dei giocatori più versatili della Lega, Shaun Livingston ha recuperato da un orribile infortunio al ginocchio (che di solito significa carreer-ending) per dominare in post-basso all’inizio di ogni secondo quarto e Andrew Bogut (ex pick numero 1 nel draft 2005) anch’egli con la sua storia di infortunio spezza-carriera, ma divenuto poi pezzo pregiato al centro del roster construito da Bob Myers. Non dimentichiamo poi l’era di Mark Jackson, il reverendo capace di trasformare i Warriors da barzelletta della NBA a squadra da playoffs, l’infortunio di David Lee che ha aperto la strada a Draymond facendolo diventare quello che è ora e la decisione di Steve Kerr di non allenare i Knicks (nonostante le lusinghe dell’amico Phil Jackson) preferendo la Bay Area. Il modo in cui questa squadra è diventata una franchigia vincente meriterebbe un approfondimento.

Ep. 2 – Contratto di Steph

Sebbene non sia così controverso come il contratto di Scottie Pippen (nel 1991 firmò un contratto da 18 milioni di dollari in sette anni), è un fattore innegabile per il successo dei Warriors. Per Steph, il prolungamento di quattro anni, a 44 milioni, firmato nel 2012, è il risultato di problemi cronici alla caviglia che gli hanno impedito, non solo di esprimere il suo potenziale sul campo, ma di aggiudicarsi un contratto da top star della NBA. Già al tempo Curry sapeva che, se fosse rimasto sano, a fine anno avrebbe potuto comandare un contratto al massimo salariale, visto che gli Charlotte Bobcats — squadra della sua città natale — lo volevano fortemente. Il max di quel tempo era di 61 milioni in 4 anni, perciò di fatto, Curry ha “lasciato sul tavolo” solo 17 milioni nell’arco del quadriennio — un sacrificio ritenuto accettabile pur di non rischiare di perdere tutto.
Grazie all’accordo al ribasso di Steph, la dirigenza dei Golden State Warriors ha avuto quella flessibilità tale per realizzare la sign-and-trade che ha portato Andre Iguodala nella Baia (2013) e, successivamente, firmare anche Kevin Durant grazie all’esplosione del cap nell’estate del 2016. Di fatto, il contratto di Curry è il motivo per cui la dinastia Warriors è potuta cominciare e la storia della NBA sappiamo poi tutti com’è andata.

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