Gli stereotipi sulla vita dei giocatori professionisti

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In quanti, da piccoli, hanno sognato di diventare un giocatore di basket? E in quanti, una volta cresciuti, si sono chiesti come sarebbe stata la loro vita se effettivamente ci fossero riusciti? Oggi, gli atleti professionisti stanno cercando di dare una risposta all’ultima domanda. L’apertura ad internet e il mondo web, infatti, sta consentendo a molti giocatori di mostrare meglio la propria vita, dentro e fuori dal campo. Basti pensare al lavoro che Tommaso Marino fa con i suoi vlog su Youtube, documentando la propria vita. Oltre a lui, molti altri si potrebbero prendere ad esempio e non solo in video. L’ultimo in ordine di tempo è Tomasz Gielo, giocatore polacco ex Badalona e Andorra.

In un thread su Twitter l’ala, attualmente in forza al Denizli in Turchia, ha voluto sfatare con le proprie parole dei falsi miti e stereotipi che le persone comuni hanno sul professionismo. Da fuori, la vita di un atleta potrebbe sembrare bella, semplice e senza troppi intoppi. Va da sé che questa versione dei fatti non corrisponda assolutamente alla verità, e Gielo ha voluto prendere parola su alcune tematiche ben specifiche. Ecco quindi, sfatati, gli stereotipi maggiori sulla vita di un giocatore di basket.

1- Un giocatore professionista lavora soltanto 2-3 ore al giorno

In realtà, il lavoro di un professionista va ben oltre il semplice allenamento o la semplice partita. Per un atleta, fondamentale è il mantenimento del corpo, un vero e proprio strumento di lavoro. Quest’ultimo viene sottoposto a dello stress continuamente, quindi la priorità è mantenere il fisico nella miglior forma possibile e in grado di lavorare al massimo. Le “ore di lavoro”, di conseguenza, si estendono a tutti i momenti al corpo dedicati in una giornata. Questi includono dieta e supplementi, terapie, riposo, regimi di allenamento preventivo, allenamenti extra, analisi video. Come lo stesso Gielo afferma, alcune di queste cose non sono strettamente obbligatorie. Tuttavia, sono fondamentali nel far progredire il più a lungo possibile la propria carriera.

 

2- Un giocatore professionista viaggia per il mondo gratuitamente

Certamente, in questa affermazione si cela una parte di verità. Ma questo non significa che viaggiare il mondo sia, sempre e comunque, un fattore positivo. Il viaggio infatti è, per il 95%, legato al lavoro. Inoltre nel basket le squadre concedono al giocatore soltanto due bagagli da stiva per il trasferimento, più un bagaglio a mano. Ulteriori bagagli sono a spese del giocatore stesso. Un po’ poco, per quello che essenzialmente è un trasloco. Inoltre, da non sottovalutare è il fattore lingua. La tua prossima destinazione potrebbe essere un Paese che non hai mai visto, in cui nessuno parla inglese, con un gruppo di altri giocatori che molto probabilmente non conosci. Inoltre, si parla di un impegno di 10 mesi e, nel momento in cui le tue prestazioni non saranno ritenute soddisfacenti, potresti essere gentilmente accompagnato alla porta.

 

3- Un giocatore professionista ha molto tempo libero, non dovendo giocare ogni giorno

Sì, le “ore di lavoro” sono minori rispetto a un giorno normale, ma non i giorni liberi. Un giocatore ha a disposizione un solo giorno libero a settimana (zero se la squadra gioca in competizioni internazionali). Inoltre, sono soltanto due i giorni di riposo per Natale, non abbastanza per tornare a a casa dalla propria famiglia. Per non parlare di eventuali partite alla vigilia di Capodanno o il primo Gennaio. Certo, ci sono le pause nazionali, ma in quel periodo o si gioca per la propria nazionale o ci si continua ad allenare con la propria squadra.

 

4- Un giocatore professionista può lavorare anche solo per pochi anni e sistemarsi per una vita.

Gielo definisce quest’ultima affermazione il più grande stereotipo di tutti. Le statistiche affermano che la stragrande maggioranza di atleti ricchi (NBA, NFL o MLB) va incontro alla bancarotta entro 5 anni dal proprio ritiro. Molte sono le cause: brutta gestione finanziaria, problemi di tasse, nessuna educazione o esperienza lavorativa. Gli atleti si dedicano al proprio corpo per 35-40 anni, ma al costo di non avere nessun’altra esperienza. Davanti a loro si prospettano altri 40 anni di vita, ma la maggior parte delle volte non si sa cosa fare. Durante la propria carriera, bisognerebbe cercare di risparmiare e investire i propri guadagni per creare un cuscino di salvataggio a carriera finita. Molto spesso questo non accade, e gli atleti non sanno cosa fare della propria vita una volta ritiratisi.

 

5- Il partner di un giocatore professionista ha una vita più facile.

I media adorano fare report sulle WAGS e il loro alto stile di vita. Tuttavia, la maggior parte dei partner di un atleta professionista deve fare molti sacrifici. Spesso devono sacrificare la propria carriera e il tempo con la propria famiglia, per stare con l’atleta. Le opportunità di lavoro all’estero sono limitate, anche se oggi si sta migliorando grazie allo smart working. Inoltre, quando un atleta entra in una nuova squadra deve prendere parte a una routine con altri giocatori, organizzata per rendere la collaborazione migliore possibile. I partnes potrebbero soffrire di stress e ansia, costretti a passare il tempo da soli nelle fasi iniziali di arrivo in un nuovo Paese.