NBA, Toronto Raptors: dove nasce il roster dei campioni NBA

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Si sono da pochi minuti spente per l’ultima volta nella storia le luci della Oracle Arena, sul cui parquet e negli spogliatoi ci sono ancora i segni della festa che è scoppiata al suono della sirena della gara che ha consegnato ai Toronto Raptors il titolo di campioni NBA per la stagione 2018/19, e su Twitter è già stata lanciata la “WojBomb” secondo la quale gli Washington Wizards avrebbero intenzione di formulare un’offerta di circa 10 milioni di dollari all’anno per portare via Masai Ujiri dai neocampioni.

Per quanto limitativo, basterebbe questo per gettare luce su quanto di buono ha fatto in questi anni il General Manager di origine nigeriana, già Executive of the Year nel 2012 con i Denver Nuggets, che ha visto la propria creatura costruita non senza qualche critica trionfare nelle NBA Finals appena terminate.
A monte del titolo conquistato dalla franchigia canadese, infatti, c’è la pianificazione e i rischi di un management che, sin dal primo giorno di pre-season, ha sempre cercato le migliori occasioni per poter consegnare a coach Nurse un roster all’altezza delle altre contender in giro per la Lega.

L’AFFITTO DI LEONARD VAL BENE UNA MESSA

Come è ovvio che sia, il primo nome che viene in mente quando si pensa ai Toronto Raptors è quello di Leonard, acquisito nell’estate 2018 con una trade che oltre all’ex San Diego State ha coinvolto Danny Green in cambio di DeMar DeRozan e Jacob Poeltl, che hanno quindi fatto percorso inverso muovendosi dal Canada al Texas. In molti, all’indomani dello scambio, hanno storto il naso pensando a quante garanzie potesse dare il fisico di Leonard (che arrivava da una stagione saltata interamente) e a quanto fosse poco lungimirante “affittare” per una sola stagione Kawhi, visti i rumors che volevano l’ex Spurs come determinato a tornare a giocare in California (leggasi Los Angeles). Tutti discorsi che, a posteriori, non fanno altro che dare ragione alla mossa di Ujiri che, attualmente, ha appena fornito a Leonard stesso l’incentivo più grosso che si potesse offrire per rifirmare in Canada e che, in caso di partenza, avrebbe comunque la consapevolezza di aver fatto e ottenuto tutto quello che potesse sperare.

Raptors

NON SOLO KAWHI

Leonard (e Green) a parte, però, la rincorsa dei Raptors parte da lontano, e Pascal Siakam ne è la testimonianza: draftato nel 2016 alla numero 27, per tutta la stagione da rookie il camerunese ha continuato ad oscillare tra la panchina NBA e la G-League, per poi entrare in pianta stabile nella rotazione di coach Casey la scorsa stagione (chiusa con cifre modeste) fino all’esplosione di quest’ultimo anno, che oltre ad averlo reso uno dei tre giocatori più decisivi della serie finale insieme a Kawhi e VanVleet, gli consentirà con tutta probabilità alzare al cielo il trofeo di “Most Improved Player” 2019.
Percorso molto simile a quello di Siakam è stato quello del già citato VanVleet, in netta difficoltà fino a gara 2 delle finali di conference, quando, complice anche la nascita del figlio (cosi dicono i maligni), ha pigiato l’interruttore giusto alzando vertiginosamente le proprie percentuali dall’arco senza mai più farle calare: finito “undrafted” dopo il draft 2016, l’ex Wichita State viene firmato dai Raptors, ma il primo anno lo passa esattamente come il compagno africano: avanti e indietro dalla G-League. Terminata quindi la prima “movimentata” stagione, anche VanVleet entra stabilmente nel roster dei Raptors e, sebbene le cifre di questa stagione non sia discostino molto da quelle della stagione precedente, quello che ha colpito è stata, come detto, la solidità mentale mostrata nella parte finale di playoff quando, invece che limitare il proprio gioco viste le pessime cifre al tiro, la point-guard con il 23 sulla schiena ha continuato a giocare senza rinunciare a quei tiri che poi, in fin dei conti, hanno contribuito attivamente al 4-2 inflitto a Warriors e Bucks.
Detto di quei giocatori sviluppati “in casa”, è bene puntare i riflettori su due giocatori che, complici anche l’assenza di Durant e la difficoltà fisica di Looney, hanno giocato un ruolo chiave nella vittoria Raptors: Serge Ibaka e Marc Gasol.
Arrivati entrambi via trade allo scadere della trade deadline, le aspettative sui due lunghi spagnoli erano totalmente differenti: il primo (scambiato per Terrence Ross) arrivava da una stagione non proprio esaltante agli Orlando Magic, ormai bollato come in netta parabola discendente e con un tiro troppo ondivago per essere considerato affidabile; il secondo, invece, era chiamato a dare quella dimensione di playmaking che Valanciunas non aveva, aggiungendo così all’attacco un passatore di livello assoluto utile vista anche la non eccelsa abilità (forse veramente l’unica skill ancora da sviluppare) di Leonard in fase di creazione di gioco.

HONORABLE MENTIONS

Menzioni d’onore vanno riservate a Kyle Lowry, ormai da sette stagioni alla guida dell’attacco (ma anche della difesa) dei Raptors e, soprattutto, a Nick Nurse, lo scorso anno nello staff di Casey e che, dopo l’esonero del Coach of the Year 2018 si è visto promuovere a capo-allenatore alla vigilia della stagione da tutti additata come quella dell’all in. Il merito di Nurse (oltre al perfetto load management messo in piedi in collaborazione con lo staff di cui fa parte anche Sergio Scariolo) è stato quello di “normalizzare” il gruppo anche nelle situazioni più concitate dei playoff, mostrando una freddezza nella lettura della gara che gli ha permesso di adottare gli aggiustamenti necessari per ribaltare (contro Milwaukee in particolare) le sorti di una serie che sembrava andare profondamente a sud o, ad esempio, arrivando a convincere i propri giocatori a piazzare in campo una “box and one” nel mezzo di una Finale NBA.

Cosa riserverà il futuro prossimo ai Raptors è difficile da pronosticare, la sensazione è che, comunque vada, ne sia valsa la pena.

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Davide nasce a Pavia il 27/02/1993. La sua personale folgorazione sulla via di Damasco avviene in tenera età grazie alle giocate di Kobe Bryant e Manu Ginobili. Laureato in Economics, finance & international integration all'Università di Pavia, si è sempre definito tifoso Lakers e interista per autolesionismo. La frase che secondo lui raccoglie più di tutte l'essenza della pallacanestro è "Ball don't lie", tanto da decidere di tatuarsela addosso.