Giardino Zen: The Virtual NBA Champions 2020 (di Chiara Zanini)

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NBA
Grafica di Grazia Cifarelli

Mi rendo conto di essere nel reame del pendolino di Mosca a questo punto delle previsioni; nessuno sa in che reale forma fisica si trovino i giocatori NBA dopo due mesi di lockdown nelle proprie case, nessuno conosce la propria tenuta mentale né quella dei propri compagni fino a quando non viene spinto fuori dalla propria zona di comfort.

Correggo: forse l’unico monaco tibetano certificato dell’NBA è Kawhi Leonard, una sorta di Jason Bourne imprestato al basket che ogni anno fa tabula rasa di ogni precedente esperienza sul campo e affronta la nuova realtà a spicchi in cui viene catapultato aggrappandosi ai propri istinti cestistici di sopravvivenza. LeBron è stato appena eletto da ESPN il secondo giocatore più forte di sempre subito dopo Michael Jordan, ma una cosa sono i suoi 3 titoli su 9 conquistati con due maglie diverse indosso, un’altra cosa è interrompere le dinastie altrui sbucando dal nulla o prendendo un aereo per il Canada 8 mesi prima per poi vincere 8 mesi dopo un anello per e assieme a gente che fino a un minuto prima era destinata all’irrilevanza nei playoffs. Se a Kawhi riuscisse l’impresa con la maglia dei Clippers indosso, la classifica di Espn va categoricamente stampata solo per farci una pallottola e infilarla nel cestino della spazzatura con o senza l’uso del ferro.

È il campo comunque che ad ogni fine stagione emette le sentenze più attendibili: a sto giro è in ballo la targa del “miglior giocatore di basket del pianeta” tra la sua più grande superstar (James), il suo regnante MVP (Antetokoumpo) e l’MVP delle Finali in carica (Leonard). Ad aggiungere motivazioni e voglia di gloria il documentario sull’Ultima Danza di Jordan che riporta una NBA ormai troppo orientata verso la brandizzazione delle sue stelle alla pura passione per il gioco e al trionfo dell’agonismo sportivo.