Virtus-Fortitudo: dieci (più uno) Derby da ricordare pt-2

1015
Derby

(continua da qui)

5 – Il fumogeno di Monaco

Poche immagini sono diventate icona in casa Virtus come quella che vede Sasha Danilovic in campo con un fumogeno acceso in mano. Il contesto: Monaco di Baviera, Final Four di Eurolega 1999. Virtus e Fortitudo si affrontano in semifinale. In quella stagione è stato un dominio biancoblu nelle stracittadine giocate: cinque incontri e cinque vittorie per la F Scudata. Di fatto la Virtus non vince dalla partita che le diede lo Scudetto l’anno prima. In casa bianconera sembra mancare qualcosa rispetto alla squadra che vinse tutto nella stagione precedente, ma l’orgoglio è abbastanza ferito per ispirare una reazione veemente già alla palla a due di quella partita. La Kinder strappa a +14 in avvio. La Fortitudo rientra, anche grazie a un giovane Marko Jaric, ma nel secondo tempo, con un Nesterovic quasi perfetto, la Virtus mette la freccia e si guadagna la finale (persa poi con lo Zalgiris di Tyus Edney). Sul finale, nel delirio dei tifosi, un fumogeno vola in campo. Lo raccoglie Sasha Danilovic, che, prima di lanciarlo fuori dal rettangolo di gioco, lo innalza in segno di trionfo verso i propri tifosi. Diventando all’istante un’immagine indelebile nella memoria del basket bolognese.

4 – Le triple di Myers sulla strada del primo scudetto

Se in casa Virtus l’immagine iconica è quella di Sasha Danilovic con in mano il fumogeno di Monaco, in Fortitudo nessuno può dimenticare il Myers tripleggiante del Derby d’andata nella stagione 1999/2000, che sarebbe poi stata quella del primo scudetto. 4 dicembre 1999, dodicesima giornata di campionato. Si arriva al Derby con la Fortitudo, marchiata Paf, che gioca in casa, prima con dieci vittorie in undici incontri e la Virtus subito dietro, staccata di due punti. La sensazione che in quella stagione la Paf non fosse negoziabile era forte e quella partita non fece che rafforzare l’impressione. Di fatto furono quaranta minuti di dominio, nemmeno abbastanza sottolineati dal punteggio finale, per una squadra che vedeva al pieno del proprio splendore, oltre a Myers, i vari Fucka, Galanda, Basile (tutti freschi Campioni d’Europa). Il mattatore dell’incontro fu ovviamente il numero dieci fortitudino, che chiuse con 23 punti, 10 falli subiti e 4/5 da dietro l’arco. Dopo la quarta tripla a segno, con la Virtus ormai sconfitta, divenne storico il suo ritorno nella metà campo difensiva con la mano destra alzata a far segno “tre”. Come l’ennesimo canestro appena realizzato.

3 – Il NeuroDerby

La stagione 1997/1998 può sicuramente essere ricordata come l’anno in cui la Bologna del basket toccò la propria vetta più alta. Virtus e Fortitudo erano due superpotenze continentali, e in quella stagione almeno un paio di situazioni sarebbero potute andare in maniera diametralmente opposta. Non fece eccezione lo scontro nei quarti di finale di Eurolega di quell’anno. Una serie al meglio delle tre partite che iniziava sul campo di casa della Virtus (sebbene all’epoca entrambe le squadre giocassero al Palazzo dello Sport di Casalecchio di Reno). La grande competitività dei giocatori in campo, le enormi spese dei proprietari, la rivalità cittadina tra le tifoserie, aveva fatto montare la tensione, dentro e fuori dal campo, a livelli ormai insostenibili. La goliardia era diventata minaccia, in campo le amicizie non esistevano. Il tutto esplose vigorosamente a poco più di due minuti dal termine di gara uno, con la Virtus che si stava avviando a una, tutto sommato, comoda vittoria. Su un tiro da tre punti sbagliato di David Rivers si innescava un parapiglia tra Fucka e Savic a rimbalzo. Gomito alto di Zoran. Pallonata di Gregor. Intervento poco amichevole di Abbio. E da lì royal rumble, con Myers e Danilovic a promettersi il peggio. Cinque minuti buoni di caos totale. Poi le decisioni degli arbitri: espulsi Savic e Abbio per la Virtus, Myers, Fucka e tutta la panchina, che era entrata in campo, per la F. E conseguenti ultimi due minuti di partita giocati con un surreale cinque contro tre, con i soli Rivers, Attruia e O’Sullivan sul parquet per la Fortitudo. Un momento in se difficile da dimenticare ma certo non in un’accezione positiva.

2 – Gary “Baron” Schull e il Derby di Natale

Non fu giocato, in realtà, il giorno di Natale quel Derby, ma il 21 dicembre 1969. Questo non toglie, però, il potere evocativo di quella partita e quello che ha lasciato, in particolare, alla storia della Fortitudo. Vi sarà capitato di imbattervi, forse, nella foto in bianconero (ironico) di un giocatore in maglia Eldorado, portato in trionfo dai tifosi, grondante sangue dalla testa, mentre alza i pugni al cielo. Beh, quello è Gary “Baron” Schull. A Bologna, per tutti, indipendentemente dal tifo, Il Barone. E vi basti sapere che la curva dove dimora la Fossa dei Leoni ogni domenica di partite casalinghe fortitudine è intitolata a lui. D’altronde, il suo arrivo coincise con la prima decisa affermazione della Fortitudo all’interno del basket bolognese e nazionale. Nei suoi primi due anni in maglia Eldorado arrivarono le prime vittorie nei Derby contro i cugini, “cappottati” sia nella stagione 1968/69 che in quella 1969/70. Nella seconda, in particolare, andò in scena il Derby che regalò Schull alla leggenda. Colpito al volto durante l’incontro, il Barone continuò a giocare seppur sanguinante, chiudendo l’incontro a quota trenta punti e portando i suoi al successo in volata per 67-64. Un mito era nato.

1 – Il Tiro da Quattro

Un momento talmente storico che ormai si scrive tutto maiuscolo. A Bologna “Tiro da Quattro” è quasi una parola impronunciabile. Per il virtussino assume i contorni della sacralità, che in quanto tale non può essere usata invano. Per il fortitudino è la combinazione di tre parole più dolorosa da ripetere, quasi quanto “ho sbagliato” per Fonzie in Happy Days. 31 maggio 1998. Un’altra data che a Bologna ha un solo significato. Gara 5 di finale scudetto. E’ il culmine delle Guerre Stellari di cui parlavamo nella prima parte della nostra classifica. Una serie di finale tra due delle più forti squadre mai assemblate, sia da una parte che dall’altra. Danilovic, Myers, Rigaudeau, Rivers, Nesterovic, Wilkins, Abbio, Fucka, Savic, Galanda, Sconochini, Chiacig, Frosini, Gay. Una lista di nomi in campo da lacrime di gioia. Che da vita a una serie bellissima e totalmente folle: nelle prime quattro gare arrivano solo vittorie “esterne”, con le virgolette dovute al fatto che si giocasse poi sempre sullo stesso campo. Con un totale di quattro punti di scarto nel punteggio complessivo. Gara 5 porta l’esasperazione di quella serie e di quella rivalità al suo picco più alto. Una partita nervosa, lenta, dove i due allenatori (Messina e Skansi) giocano spesso a chi ha il quintetto più pesante in campo. La Fortitudo sembra essere sulla soglia del trionfo: +11 a poco più di 6′ dal termine. In realtà la partita è lontanissima dall’essere finita. Alessandro Abbio, il vero MVP di quella gara, tiene a galla la Kinder insieme a Hugo Sconochini. La Fortitudo a fatica rimane avanti e a 27″ dal termine ha i liberi per chiudere i conti. Li tira Gregor Fucka. Che sbaglia il secondo. Da qui in avanti potete trovare qualche migliaio di persone che sanno raccontarvi ogni singolo secondo, dei restanti ventisette, a memoria. Rimbalzo di Abbio, che scende in palleggio e arriva fino fuori dai tre punti avversari. Due palleggi verso sinistra, consegnato a Danilovic che sta arrivando da un blocco di Binelli su Attruia, suo marcatore, entrato per Myers, onnipotente nel primo tempo, ma uscito per falli poco prima. Lo stesso Abbio, per assicurarsi di lasciare il suo numero cinque uno contro uno con Wilkins, blocca su Attruia. Danilovic riceve, fa due palleggi guardando per terra, quasi gli avessero segnato il punto da cui tirare. Poi si alza e scarica la conclusione. Wilkins allunga una mano. E in quel momento cambia la narrativa sportiva di una città. Da lì c’è il libero del pareggio, tirato in un silenzio quasi tombale. Una palla persa di Rivers folle, un errore al tiro di Abbio sull’ultimo possesso, con Danilovic che gli schiuma rabbia addosso. E un supplementare dove, senza Myers, la Fortitudo semplicemente non ha le energie mentali per giocarsela davvero. La festa incontenibile di metà città. La tristezza incredula dell’altra. Il tutto amplificato all’ennesima potenza dalla consapevolezza che quel momento sarebbe vissuto, nelle chiacchiere al bar, negli sfottò tra amici, nei ricordi più dolci/amari, per sempre.

1 commento