Keith Langford: the scoring machine

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La sera è frizzante a Santa Barbara, California. Il mare scricchiola in sottofondo e nell’aria la salsesidine si mischia al sudore di tanti giovani ragazzi, i migliori prospetti di Division I della NCAA che sono stati invitati al Camp di His Airness per essere testati, messi alla prova e, perchè no, sgrezzati da quell’occhio tanto attento sul campo di Michael. Le partitelle sono finite e si va di 1 vs 1, Jordan decide di sfidare chiunque osi pararglisi davanti, ed ecco che un giovane da Kansas University, che magari ha qualche problema al tiro da tre ma che di segnare non smette, gli si mette davanti. Prenderà una mazzata colossale in fatto di punteggio, ma un “Good job, man” non gli viene negato, perchè magari ha perso la sfida, ma l’averla messa dentro contro MJ sarà la chiave di una carriera che è passata a infervorare la retina. Keith Langford, da Forth Worth, Texas, fino al vertice della classifica dei marcatori europei.

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USA, NO MORE…

Per un ragazzo che amava da morire il football americano, ma riesce e non poco nel basket, la possibilità di essere stato allenato ed apprezzato da tre coach che sono nel gotha del basket USA è una cosa davvero singolare. Da tutti ha imparato qualcosa, innanzitutto Roy Williams, che lo sceglie per la sua Kansas e con cui andrà due volte alla final four: modo di stare in campo, modo di inserirsi in un contesto di gioco e trattamento della palla, fondamentale importante per uno che con quel cuoio arancione vuole essere protagonista. Dopo due anni però, la chiamata di North Carolina porta via dai Jayhawks il coach, ed al suo posto arriva l’attuale recordman di vittorie per singolo stato, ossia Bill Self, che cambia le carte in tavola, porta un gioco molto più offensivo e da cui Keith imparerà la cosiddetta “scelta del tiro giusto”. Last, but not least, Gregg Popovich e tutta la Spurs organization, con la quale resta per un mese e mezzo di regular season. Saranno solo due le partite giocate in NBA, degli scampoli in un oceano di carriera, ma quella tripla, segnata in faccia a Navarro, nella gara contro Memphis sarà un graffio indelebile sulla sua carriera, tutto il resto è storia… o forse no?

Per uno che in division I ha gareggiato e sfidato senza paura e con buoni esisti anche due calibri come Dwyane Wade e Carmelo Anthony, si crede sempre che prima o poi, salvo complicazioni, ci sia quella chiamata o quel contratto che ti cambia la vita. Non sono bastati 1,812 punti segnati, conditi da 3 tornei Big 12 e 2 Final Four a Kansas, la chance NBA non gli è stata concessa. Neanche nelle estati di Summer League, dove ha fatto da backup ad un novello D-Rose o a Denver dove in una serata di grazia con 8/8 dal campo ha portato a scuola compagni ed avversari. Si diceva di lui che fosse bravo a segnare ma che avesse poco tiro da tre punti, l’Europa era pronta ad attenderlo, era solo l’inizio, ma magari neanche lui poteva immaginarlo.

Langford
Foto di Alessia Doniselli

OVERSEA AND OVER THE TOP SCORER

In un nitido ricordo di tanti anni fa, in una gara tra Caserta e Soresina di A2 risaltava agli occhi un giocatore che era dotato di un talento puro e sopraffino, ma che nei momenti fuori dal campo sembrava essere dotato di una bonomia e di un sorriso fuori dal comune. Stringeva mani, autografi anche a tifosi avversari e una capacità di esaltarsi sotto i riflettori. L’Italia doveva averlo impressionato, arriverà a Bologna, sponda Virtus, con una squadra che dopo 4 giornate cambia allenatore, con Boniciolli ad essere il sergente di ferro che vincerà l’Eurochallenge, con MVP e miglior realizzatore della competizione proprio in Andre Keith Langford. Ecco, segnarsi bene mvp e miglior realizzatore, perchè ne farà incetta nel suo peregrinare europeo, dove la costante è che, a fine stagione, ci sarà la doppia cifra nella casellina dei punti per gara, e che in una statistica che non compare nel referto o negli annali, ossia quella dei tiri che spezzano la partita, o che sono decisivi, le sue percentuali sono mostruose.

Se lo ricordano benissimo all’ Olimpia Milano, dove in due anni regala spettacolo, al Khimki e poi sempre in Russia a Kazan, dove diventa uno dei più anziani – e guai a dirglielo – migliori marcatori, a Tel Aviv, dove col Maccabi si dimostra alla grande anche in Lega Adriatica. Ha guadagnato anche i gradi di generale nell’esperienza in Cina a Shenzen, per poi ritornare all’area FIBA con la Grecia, al Panathinaikos prima e all’Aek Atene dall’anno scorso, dove solo per la cronaca ha perso sì la finale di Champions League, ma ha vinto comunque il premio di MVP della competizione, oltre ad essere stato il miglior marcatore.

NOWDAYS IN ATHENS…

Chissà cosa ne è rimasto del ragazzo che a metà gara cambiava le scarpette, per scaramanzia, per le urla della mamma dalla tribuna, che ogni volta vedeva il suo pargolo utilizzare un paio più vecchio a dispetto di quelle nuove appena uscite dal negozio. La costanza e la capacità di imbucare sono figlie di quelle porte sbattute in faccia, sicuramente, ma anche e soprattutto nella grande mentalità di un ragazzo, che è laureato in economia e scienze finanziarie, che ha saputo prendere tanto da chiunque lo circondasse, con qualche demiurgo qua e là che gli ha regalato emozioni, passione e nuove sfide. Uno fra tutti, J.R. Holden, compagno di un viaggio in aereo verso la sfida all star in Russia che, sentendo la sua storia, lo prende da parte e gli racconta la sua, di come si è preso la regia del CSKA Mosca, di come bisogna cadere per rialzarsi più forti, di come siano i tiri sbagliati a far segnare quelli decisivi. Un mantra che non lo abbandonerà.

Che non lo ha abbandonato neanche oggi, in quanto basta tornare solo a ieri che nella Champions League del basket, in cui sono più i rinvii causa Covid-19 che non le gare effettivamente giocate, spunta ancora – e prepotente – il suo nome nel 100-96 con cui l’AEK batte l’Hapoel Holon. Nel suo tabellino ci sono 30 punti, con con 9/12 da 2 e 3/6 da 3, conditi da tre assist e tre rimbalzi, ma quello che i numeri non dicono sono lo strapotere e la padronanza dei mezzi con cui, in un finale punto a punto, è lui a prendere per mano la squadra, a fare le spalle larghe e ad imbucare due canestri che mettono i titoli di coda al match. Magari non saranno arrivati per lui anelli di grade prestigio, nonostante qua e là di tornei nazionali ne ha portato a casa e sempre da protagonista, ma qualsiasi squadra se lo trovasse di fronte, farebbe bene a non sottovalutarlo. Perchè magari, in quell’uno contro uno di Santa Barbara avrà pur perso, ma da allora ha capito che continuando a imbucarla, come lui sa fare, i successi sarebbero arrivati… E non si è più fermato.