NBA: alla scoperta di Thon Maker, un uomo in fuga

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Quando si pensa a Thon Maker, senza troppi giri di parole, tutto ed il suo contrario sembrano essere all’ordine del giorno. Eppure il giocatore dei Milwaukee Bucks, scelto con la chiamata #10 del draft di due anni fa,  arricchisce di perle, non necessariamente di talento, il suo scintillante carniere, presentandosi ai nastri di partenza della stagione 2018-2019 come uno di quei giocatori che potrebbero davvero far fare il salto di categoria alla squadra che è guidata da Giannis Antetokoumpo sul campo e (dopo anni di tanta impersonalità nelle gestioni Kidd e Prunty) da Mike Budenholzer in panchina. 

Gara 4 degli scorsi playoff contro Boston è stato di certo il momento in cui si è capito che sul centro afro-australiano si potesse ancora scommettere. Quando i Bucks erano sull’orlo di una crisi di nervi contro i Celtics, in pieno comeback, ecco che dalla panchina si alza e decide il match un giovane che, a conti fatti, aveva esperienza zero in postseason (se escludiamo la sporadica prestazione di un anno prima contro i Raptors). Movimenti in post strutturati, fluidità di piedi e grande armonia, ma soprattutto una coesione difensiva che si sposa appieno con la seconda unit trainata dal “compagno Aussie” Dellavedova. Questo fa esplodere l’attenzione sul ragazzo che sembrava l’ennesimo bust degli ultimi anni.

UN GIOCATORE SOCIAL

Prima dell’exploit contro Detroit (24 punti in 23 minuti), di Thon Maker si era sempre sentito parlare per motivi extracestistici. La sua è una storia continua di fuga dal mondo e dalle responsabilità, per ritrovarsi sempre e comunque ad essere un protagonista. Scappa, ancora infante, con i suoi fratelli da un Sud Sudan in guerra, grazie all’aiuto di uno zio ricco d’interessi politici nella zona, per rifugiarsi in Uganda, che di lì a poco diverrà un posto ancora più caldo, da cui scappare di nuovo. È un viaggio della speranza quello verso l’Australia e Perth, ma sarà la svolta della sua vita. 

Alla High School gioca a calcio, con scarsi risultati, ma lo nota tale Edward Smith, che vista la stazza e date le sue condizioni economiche non di certo agiate, fa pressappoco lo stesso gesto di Sandra Bullock in “The Blind Side” con Michael Oher, futuro vincitore di un anello NFL: lo alleva, gli da cibo, vestiti e istruzione, ma gli regala soprattutto autostima. Quando ne coglie il potenziale fisico e l’impatto che può avere sulla pallacanestro, eccolo sbarcare negli States, dopo uno stage in Texas, e divenire in breve tempo una star prima in Virginia, alla Carlisle HS e poi alla Prep. School di Orangeville, Ontario. I social fanno il resto e lo rendono un’icona, forse anche esagerandone i contorni sino a quando rifiuta le grandi sorelle della NCAA per rimanere un altro anno ad Orangeville ed evitare lo “one and done”.

Quando si dichiara eleggibile, i maligni iniziano a civettare sui documenti e sulla sua età anagrafica. Si tende ad essere scettici quando un giocatore arriva dal grande continente africano, specie per ciò che attiene all’età che hai e a quella che dimostri. Finisce nel limbo dei soggetti “strani” agli occhi dei GM della NBA assieme a Zhou Qi. È questo un turning point che trasforma un “five star recruiting” in un “oggetto misterioso” etichetta che non gli è stata tolta dopo due anni di più ombre che luci, per lo più seduto in panchina.      

 

LA NOTTE DI STELLE E… LA RISSA

Pensare alla gara con i Celtics come a quella che lo farà svoltare anche nella prossima stagione, è sicuramente un trampolino ma anche una condanna. Forse eccessivi e prematuri i paragoni con Kevin Garnett, che però ne ha apprezzato le doti di “killer instinct” contro i suoi Celtics, ma di sicuro l’afro-australiano è un prospetto che ha tanto materiale da poter sfruttare per crescere e migliorarsi. Non dovrà essere la superstar, visto che “the Greek Freak” penserà a tali mansioni, ma potrà addirittura essere determinante a partita in corso, imparando da un lungo di esperienza come Brook Lopez, ma soprattutto potrà riscrivere i suoi standard con un coach come Budenholzer che punterà sui suoi piedi veloci per la difesa, specie per ciò che attiene alla second unit a partita in corso.

Infine, per la serie “che si parli di lui sempre e comunque” ecco l’ultimo recente siparietto che ha fatto il giro del mondo, anche se non nel giusto verso. Nella gara tra Australia e Filippine per la qualificazione al mondiale, eccolo presente attivamente nella rissa che di fatto ha messo fuori causa le due squadre, costringendo poco dopo gli arbitri a chiudere la contesa per mancanza di personale sul parquet, visto che i filippini erano rimasti con solo due elementi schierabili.

Secca, risonante, la risposta a mezzo social da parte del centro afro-australiano, che rispetta il ruolo della Fiba, ma non accetta le tre giornate di squalifica comminategli, dato che stava cercando di sedare un conflitto. Ha risposto all’ingiustizia di un colpo basso non come australiano o filippino, ma come un essere umano che non può voltare lo sguardo in una situazione del genere. Siamo davanti ad un prospetto che potrebbe impattare a dovere sulla lega o su un bust di proporzioni mediatiche megagalattiche? Si spera nella prima, ma stando a quello che si legge dai blog della squadra dei cervi boschivi si tende ad essere scettici. La parola ora a Mike Budenholzer e al suo training camp.