NBA, Carmelo Anthony: a long way home…sarà la volta buona?

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Non sappiamo come le cose siano andate, se Houston abbia colto l’opportunità che il mercato offriva, se Mike D’Antoni abbia chiamato qualcuno ai piani alti per averlo, se magari CP3 o il “Barba” abbiano fatto una chiamata al compagno di “nazionale”. I Rockets addizionano al proprio roster Carmelo Anthony, sperando che possa essere l’arma in più per colmare il gap con i Warriors, una bocca da fuoco in più per la seven seconds or less o un “4 forte” tattico da affiancare a Capela nel mezzo. Se si tratterà di un flop come quello messo in piedi da OKC l’anno passato o del cosiddetto upgrade staremo a vedere, ma di certo le premesse non sono dalla parte delle franchigia texana.

Spostando indietro le lancette al 22 febbraio 2011, impossibile non pensare a quando Anthony, che ancora aveva le sue treccine, arrivò a New York che veleggiava imperiosa ad est con Amare Stoudemire in grande spolvero e Mike D’Antoni in panchina. Doveva essere quel qualcosa in più, quella mossa che fece sognare anche Spike Lee, eppure di fatto fu la fine della stagione dei Knicks, che terminarono sesti e si beccarono uno sweep pesante da dei Celtics in fase calante.

 

AMERICAN STORY

Anthony nella sua vita, ancor prima che nella sua carriera, è sempre stato tutto ed il contrario di tutto. Un ragazzo venuto fuori dai mille problemi che a Baltimora poteva incontrare, sempre a testa alta, sempre con la stessa voglia, che poi si afferma nelle scuole cattoliche della sua città, con una fede incrollabile e un carattere irascibile che lo portano al saltare parecchie, troppe lezioni. Quando si trasferisce a Oak Hill Academy, capisce che il basket sarà la sua vita, ma ancor di più, unendolo al suo periodo al College sotto coach Jim Boeheim, che è nato per essere un vincente.

Tra la striscia vincente alla High School e la cavalcata di Syracuse che vince il titolo a spese di Texas prima e Kansas poi – in due gare che Anthony non solo domina ma controlla a piacimento – la sua rampa di lancio è sempre diretta verso l’alto e in quel senso parlano anche i risultati con Denver. Non arrivano i titoli, ma la squadra torna ai playoff, con un leader designato e un carisma che non si vedevano dai tempi di Mutombo in Colorado. L’NBA sembra ai suoi piedi, come una delle superstar che prima o poi avranno l’alloro, ma quel 2011 arriva e New York lo fa fallire.

 

FAIL

Dopo i chiaroscuri nella Grande Mela, dove si conferma mangiapalloni e allo stesso tempo un “distruggi-spogliatoio” le sue quotazioni scendono, in maniera esponenziale con l’aumento dell’età anagrafica sulla carta d’identità. La parola che si usa per descrivere il suo gioco è “tollerare” ma il contesto newyorkese lo sputa come un rifiuto e quando OKC lo prende sembra essere un sollievo per l’intera piazza. Neanche i Thunder lo rimpiangeranno dopo un anno.

La verità è che integrarsi con George appariva possibile, mentre con Westbrook appariva davvero difficile negoziare, visto che entrambi vogliono avere la palla in mano e decidere delle sorti della squadra. Se ci si aggiunge che coach Billy Donovan non ha il polso e il carisma delle sue star e non sa che farsene di Anthony, prima chiamato a fare il lungo puro e poi a dare punti ad una panchina più arida del deserto, il gioco è presto detto. Un’altra deadline e la scelta di disfarsene, il prima possibile, come se tutto quel passato, invece che raccontare una storia, fosse solo il peso che il ragazzo è costretto a portare sulla schiena.

 

HOUSTON

Redenzione: sarebbe questa la parola da usare per approcciarsi a questa nuova avventura. Di certo Carmelo Anthony non vuole iscriversi alla lista dei tanti giocatori di immenso talento – futuri Hall Famers perchè no – che non hanno mai vinto un titolo, mentre sparuti mestieranti se ne fregiano e con onore. Eppure molto dipenderà da come saprà inserirsi in un contesto scomodo e che tende a non aspettare i nuovi arrivati. I Rockets vengono dalle annate “fumantine” in cui han perso sempre sul filo di lana, ma quest’anno con l’arrivo di Paul sembravano aver trovato un equilibrio che coniugasse l’attacco di Harden con il contesto in cui si gioca, in maniera bidimensionale.

Uno dei motivi che portano a pensare che possa davvero arrivare la consacrazione, è nel playmaker della squadra, ossia Paul. Con una small gaurd al suo fianco che avesse grandi doti di passatore, che fosse Iverson, Billups, finanche Andre Miller,  il nativo di Brooklyn ha sempre mostrato il meglio di sè. Non è certo la punta di diamante di un collettivo che vanta Harden come primo motore e già Gordon e Carter-Williams dalla panchina che possono addizionare punti. Sta qui il passo successivo che un “veterano” deve fare.

Il ruolo presumibile di Anthony sarà si quello di uscire dalla panchina, ma anche e soprattutto di portare muscoli ed intelligenza in difesa e nelle situazioni “sporche” in cui uno che ne ha viste di tutti i colori può tornare utile. Un ruolo che sarà a metà tra quello che aveva Ariza e quello che spettava a Ryan Anderson, magari con qualche licenza in più e di sicuro con carisma e attributi da grande star. Perchè in fondo, anche ripensando a quei Knicks di D’Antoni, Anthony è un giocatore da 7 second or less molto più di un Marion, di un Ariza o di chi per lui, ma a patto che accetti questo ruolo da comprimario e che il suo effort possa essere diluito sul campo e non solo limitato alla produzione balistica, che ad OKC ricordano alquanto sterile.