Riccardo Fois: “A Banchero piace la bandiera italiana, Chris Paul leader vero”

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Riccardo Fois

Nel format one to one di interviste esclusive di Backdoor abbiamo avuto come ospite Riccardo Fois, assistant coach di Nazionale e Arizona University. Con lui abbiamo spaziato su temi dall’NBA, all’NCAA fino alla nazionale. Iscrivetevi al canale Youtube dove trovate tutte le interviste.

Partiamo dalla tua esperienza ai Phoenix Suns, partendo da come hai contribuito tu al nuovo ciclo dei Suns. Eri al fianco di Jones quando è stato nominato GM, al fianco di Monty Williams quando è stato promosso allenatore: hai contribuito fattivamente al cambio di rotta dalla Bubble in poi. Com’è stato il processo? Che cosa è cambiato davvero a Phoenix?

Sicuramente hanno apportato di più James Jones e Monty rispetto a me: hanno portato dentro e attorno alla franchigia uomini con un certo spessore. Sono partiti con la chiara voglia di migliorarsi e far cambiare la percezione di Phoenix nell’NBA e in giro per il mondo. Tant’è vero che, quando mi hanno offerto il posto, tutte le persone a cui avevo chiesto cosa ne pensassero che sarei potuto andare a Phoenix piuttosto che rimanere a Gonzaga mi hanno suggerito di non andare assolutamente in Arizona. Invece ho creduto molto in quello che mi ha detto James, Monty e le altre persone ingaggiate nello staff: le trade che sono state fatte (il primo anno siamo riusciti a portare Ricky Rubio, alcuni ragazzi sono stati mandati via per inserire giocatori d’esperienza) sono andate immediatamente in quella direzione, abbiamo deciso di puntare forte su ragazzi come Mikal Bridges: tutte cose che si sono poi rivelate giuste. Fa piacere vedere un piano che si realizza: quando sono andato lì era perché credevo ciecamente che ci fossero le possibilità. Quando si crea una cultura giusta del lavoro, ci sono persone che hanno voglia di lavorare, un clima giusto in cui tutti stanno bene insieme, si ottengono risultati impensabili. Quello che è successo con Phoenix, arrivando alle NBA Finals, non era pronosticabile neanche dai più ottimisti: è una cosa sempre difficilissima, un percorso lungo e pieno di insidie. Spero veramente col cuore che possano finire il cammino: giocatori come Chris Paul e Booker se lo meritano per tutto quello che han dato, per quanto ci tengono a portare la franchigia di Phoenix in vetta all’NBA.

Chris Paul, a livello di campo, è indubbiamente un giocatore di impareggiabile livello, non stiamo nemmeno a discutere. Qualche dubbio è lecito averli in relazione ad alcuni atteggiamenti, dati più che altro da una voglia di vincere che sfocia in “antipatia”. Com’è il Paul che non vediamo, dietro le quinte? Non è un caso che tutti i posti in cui è andato siano cresciuti in termini di vittorie e cultura, ribaltando le situazione come calzini. Non è solo una questione di campo, vero?

Non è un caso e non c’è bisogno che ve lo dica io. Lui è proprio l’icona del vincente: è una persona super, disponibilissima, con cui puoi parlare. Tutti nell’organizzazione, dalla security al GM, nutrono grandissimo rispetto e ne ricevono altrettato da lui: dà una mano in qualsiasi ambito e maniera nella quale può aiutare. In campo esige il massimo dai suoi compagni per vincere, e lo fa senza essere, come alcune leggende raccontano, inallenabile o eccessivamente duro. La realtà è che lui spiega ai compagni dove mettersi, cosa fare, come rollare: gli spiega come avere successo. Infatti, tutti i compagni di CP3 hanno stagioni super in cui lui li aiuta a crescere. Chris è un killer: in campo è straordinario, non ha paura di niente. Mi ricordo il primo anno: quando vai a giocare in casa di Milwaukee, Brooklyn o LA Lakers (che erano ancora una squadra ottima…), alcuni giocatori non provano sconforto ma vedi che non pensano che si possa raggiungere la vittoria. Quando CP3 è arrivato, nello spogliatoio di tutte le arene si allacciava le scarpe e tutti lo guardavano: pensavi automaticamente “Oggi vinciamo perché oggi Chris viene a vincere”. Non gioca neanche una partitella di tiri liberi con l’aspettativa di perdere. È così in tutte le cose che fa nella vita, è una grandissima dote.

In un’intervista durante i Playoff, facendo tu Development, avevi detto che durante le serie la possibilità di allenare determinate cose è complicata da ovvi fattori di tempo. Il lavoro individuale diventa, in qualche modo, la preparazione della partita: come strutturavate il game plan per le gare dei Playoff? Cambiando campo, volando tanto di notte, non avevate tanto tempo: credo che sia ancora una grande differenza tra NBA ed Europa. Quanto è difficile preparare le partite al dettaglio pur avendo poco tempo, anche tramite un focus individuale?

Ormai anche in Europa, con l’Eurolega e le partite dei campionati nazionali, ci si sta avvicinando molto a quel mondo. Sicuramente la parte video, sia di squadra che individuale, diventa sempre più importante. La bravura del giocatore di alto livello è trasmettere efficacemente dal video al campo i cambiamenti suggeriti. Quei 15-20 che riesci a concentrarti individualmente, magari divisi tra guardie, ali e lunghi, riesci a dire “L’ultima partita abbiamo fatto così. Ora proviamo ad andare in backdoor se aiutano dall’angolo, piuttosto che faccio due passi visto che aiutano con l’uomo basso”. Son piccoli dettagli che però, magari guardati in video, ai giocatori da NBA fanno la differenza.